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La Regina degli Scacchi – il gambetto di Donna. una storia di donne, di solitudine, di pazzia e anche di scacchi – Recensione

Al primo posto tra le serie consigliate da Netflix e nella top 10 di queste settimane, troviamo La Regina degli Scacchi, serie americana di produzione originale Netflix. Il titolo originale The Queen’s Gambit, il gambetto di donna, punta l’obiettivo sia sulla protagonista femminile che si fa largo in un universo dominato perlopiù da uomini, sia sulla nota apertura degli scacchi, cara alla protagonista. Il gioco di parole inglese trova il suo riflesso ne La regina degli scacchi, che incorona Beth come vera Regina del panorama scacchistico internazionale, ma la traduzione perde il riferimento alla mossa di apertura tanto cara alla protagonista.

Non è una storia vera. O quasi.

L’attenzione minuziosa dedicata alle partite giocate, agli scacchisti, alle date dei tornei, alle varie mosse e strategie intraprese dai giocatori, porta quasi a far credere agli spettatori che si tratti di una storia vera, con persone realmente esistite. Non è così, purtroppo, ma la serie televisiva è basata su un romanzo del 1983 di Walter Tevis. La serie rimane molto fedele allo scritto e, per quanto non riporti storie di giocatori reali, c’è un omaggio, o forse solo un parallelismo, a Bobby Fischer, noto scacchista e unico americano a qualificarsi nei tornei sovietici, la cui figura assomiglia molto alla protagonista Elisabeth, forse anche per quelle stranezze nel comportamento, che a Fischer vennero attribuite alla sindrome di Asperger.

Trama

Elisabeth Harmon ha 9 anni quando si salva, miracolosamente indenne, da un incidente automobilistico con la madre, la quale, invece, muore. Trasferita in un orfanotrofio cattolico, deve obbedire a nuove regole e ripartire quasi da zero a conoscere il mondo.

Attraverso flashback continui durante la visione, si scoprono dettagli della vita di Elisabeth con la madre fino al momento della morte, della sua condizione mentale e psicofisica che l’ha portata a fare scelte che sono ricadute, ovviamente, anche sulla figlia. Tutto questo e il probabile trauma dell’incidente, portano Elisabeth ad essere una bambina estremamente silenziosa e isolata, ma non priva di una forte curiosità.

Per caso, scendendo nel seminterrato dell’orfanotrofio trova l’inserviente che gioca da solo a scacchi; incuriosita dalla scacchiera si impone sull’uomo finché non gli insegni a giocare, e ciò avviene. E se, in un primo momento, Mr. Shaibel appare restio, ben presto si accorge del talento innato della piccola e decide di dedicare il suo tempo libero a insegnarle tutto ciò che sa, partendo proprio dal Gambetto di Donna, una delle aperture degli scacchi che resteranno care a Beth.

Solo quando Beth viene adottata, molti anni dopo, e la madre adottiva si accorge che può lucrare sulle vittorie della figlia, comincia l’avventura della protagonista in giro per il mondo, collezionando vittorie sulla scacchiera, ma anche alimentando paure e delusioni per la sua sfera intima e personale.

Droga e alcol

Una delle scene più affascinanti della serie è proprio nel primo episodio. Ai ragazzi dell’orfanotrofio vengono fatte assumere, obbligatoriamente, delle pillole che chiamano “vitamine”: una pillola rossa e una verde. Le pillole rosse, ipoteticamente, consistevano integratori, ma quelle verdi vengono descritte come “pillole per stabilizzare l’umore”, sono proprio queste che creano in Beth una dipendenza, che si trascinerà nell’arco della vita e dalla quale dipenderà quasi tutta la sua carriera scacchistica. Sono pillole di Xanzolam, che anche la madre adottiva di Beth, più avanti, assume come tranquillanti.

Il nome del farmaco è di fantasia, ma verosimilmente si poteva trattare di Librium, un clordiazepossido, un principio attivo della categoria delle benzodiazepine: un tranquillamente che veniva effettivamente somministrato anche ai minori, con lo scopo di sedarli e renderli più docili.

Ovviamente l’effetto è disastroso sull’organismo di un bambino, motivo per cui dopo poco tempo questa pratica viene sospesa. Purtroppo, c’è un fondo di verità in questo piccolo dettaglio della serie (che in realtà influenzerà così tanto la sua vita) perché negli anni ’60 e ’70 le terapie mediche destinate a donne e bambini, nella speranza di migliorare la loro salute, ha generato disastrose conseguenze su intere generazioni: sono stati somministrati a minori tranquillanti, metanfetamine, allucinogeni che hanno, inevitabilmente, compromesso la loro crescita e salute, anche mentale.

Beth, su suggerimento di una compagna più grande, viene spinta all’abuso dopo aver visto gli effetti della pillola verde di notte, prima di coricarsi: la sua passione per gli scacchi, la sua mente brillante e l’effetto allucinogeno dei farmaci le facevano immaginare una grande scacchiera sul soffitto, con la quale poteva divertirsi a ripetere le mosse che imparava ed elaborare nuove strategie. La dipendenza da questo farmaco ritorna più volte nella vita di Beth, tanto da farle credere che le sue capacità negli scacchi derivino da questa sorta di astrazione possibile solo tramite l’uso di droghe.

Come è accaduto nel film, così nella realtà la medicina si è evoluta e ha riconosciuto i danni alla salute di alcune scelte terapeutiche che, per fortuna, sono state sospese. Ma questa scelta colpisce la protagonista Beth in particolar modo, aveva infatti sviluppato una dipendenza dal farmaco e la sospensione immediata le genera una forte crisi d’astinenza.

Molte cose contribuiscono nella riuscita di imprese eccezionali e il confine tra genio e follia è molto labile.

In Beth, il pensiero che la follia della madre sia passata nei suoi geni è forte, ma ne prende consapevolezza solo in età più matura, quando già le sue esperienze hanno contribuito a ciò che è: la dipendenza dal farmaco che non la rende lucida nemmeno di capire quanto potrebbe vincere senza di esso, il trauma infantile della morte della madre e dell’incidente che la portano alla solitudine e a trovarsi prima in un orfanotrofio, poi in una nuova famiglia (anch’essa con molteplici problemi), ed infine, a peggiorare il quadro, la passione della madre adottiva per l’alcol colpisce anche lei. L’ennesimo abuso che la fa finire fuori rotta.

Ma i meriti di Beth derivano da questo suo sapersi spingere agli estremi? La sua mente potenziata dal Librium è capace di vedere oltre e arrivare alla vittoria, perciò ha bisogno di qualcosa di più per stare a galla? O forse in Beth ci sono semplicemente un’innata genialità e capacità straordinarie che, per caso, sono state scoperte ed incentivate, portandola ai più alti livelli nel mondo degli scacchi? Solo il tempo e le scelte di Beth potranno dirlo…

Femminismo (?)

Molti descrivono la storia di Elisabeth Armon come una storia femminista. In effetti, si tratta di una donna sicura di sé e delle proprie capacità, che non si è mai fatta abbattere dal pensiero che il mondo degli scacchi è sempre stato dominato da uomini e ha dimostrato che di fronte alla scacchiera non importa il genere, contano i risultati.

Certo, tutto vero, ma in realtà nella mente della protagonista tutte queste problematiche non si sono mai veramente poste. Semplicemente Beth non accettava un “no” come risposta, se sapeva di potercela fare, come non ha accettato di non gareggiare con i Maestri, alla sua prima competizione.

A mio modesto avviso, è fuorviante attribuire il termine “femminista” ad una storia così, semplicemente perché femminismo, patriarcato, ecc. sono termini che si usano con troppa facilità: non tutte le storie di donne sono storie femministe, non tutte le donne lo sono. Beth rompe gli schemi in un mondo dominato da uomini, questo salta all’occhio e fa scalpore, ma credo che vederci del femminismo sia un’interpretazione attribuita a posteriori che trovo poco convincente.

Riconoscendo i meriti della sceneggiatura, c’è da dire che, nell’epoca in cui è ambientata la vicenda, è senz’altro ammirevole la determinazione della protagonista, esempio per moltissime donne e dimostrazione indiscutibile dell’uguaglianza di genere.

Note dolenti

Qualcosa nel trailer Netflix de La regina degli scacchi mi affascinava, non so se la recitazione o l’espressività della protagonista, l’ambientazione anni ’60- ’70 che ha sempre quell’attrattiva incantevole o quel qualcosa di geniale che ho sempre intravisto nei giocatori più accaniti e determinati a vincere (sì, mi piacciono i film in cui il protagonista fatica un sacco, ma arriva a ottenere i risultati sognati, almeno nei film voglio credere nel lieto fine). Ma proprio per questo, molto spesso, sono stata delusa da altri prodotti, presentati con la stessa verve, che poi si perdevano in finali scontati o privi di senso o in scelte stilistiche o di trama piuttosto dubbie.

Devo ammettere che questa serie mi ha tenuta incollata allo schermo fino alla fine, con la stessa passione. Proprio per la capacità di toccare diversi temi con la stessa naturalezza con cui la protagonista muoveva un pezzo sulla scacchiera. Ogni cosa trovava il suo posto, la sua strada e il suo modo di evolversi e mutare, per arrivare alla fine della partita. Ci sono però degli appunti da fare, che forse non saranno gran cosa nel contesto, ma hanno il loro peso.

  • la grafica in green screen.

Molte sono le città che appaiono durante le puntate: Los Angeles, Parigi, Mosca. E se è stata prestata un’attenzione eccezionale agli abiti dell’epoca, alle acconciature, al trucco, come alle auto e all’arredamento degli interni, in alcuni casi anche davvero maestosi, non è stato fatto lo stesso per gli esterni, specialmente nelle inquadrature aeree e dei panorami di città importanti. La didascalia da sola aiuta a collocarsi nello spazio e nel tempo, seguendo gli spostamenti di Beth in giro per il mondo, col passare degli anni, ma lo stesso non si può dire dell’impatto visivo sullo spettatore, che estrania e disturba, fa storcere leggermente il naso, come un dettaglio fuori posto, troppo evidente per essere ignorato. Avremmo preferito una veduta reale o piuttosto nulla.

  • L’accento di Vasily Borgov

Questa è veramente un’inezia, lo so, ma ad un madrelingua russo, alcuni accenti e alcune pronunce non sfuggono. Borgov è il boss finale della partita di Beth, quello che l’ha già battuta, quello che rimane inespressivo in ogni partita, col suo sguardo glaciale, e non si esprime. È infatti, soltanto in un’intervista con la stampa, sul finale della serie, che sentiamo la sua voce. La recitazione impeccabile di Marcin Dorociński nel ruolo di Borgov, fa però trapelare un accento non russo, decisamente inappropriato.

  • Il finale felice (SPOILER ALERT)

Passatemi ancora una volta il paragone scacchistico nel dire che è sempre bello quando tutti i pezzi trovano il loro posto sulla scacchiera e si realizza la strada da seguire per arrivare allo Scacco finale, ma qualche mossa potrebbe essere un po’ forzata. Così nella storia, Beth incontra tantissimi uomini che entrano e escono dalla sua vita in modi diversi. L’escamotage, trovato nell’ultima puntata, di riunire tutto il cast in aiuto della protagonista, sembra quasi ingenuo. Beth è rimasta sola a causa delle sue scelte, perlopiù. Non poteva prevedere la morte della madre, anche se non si curava del suo stato di salute e abusava di alcolici e tranquillanti. E anch’essa, a causa dei suoi eccessi, ha finito per perdere le persone che le stavano vicino, ritrovandosi a un passo dalla partita più importante della sua vita, dalla sua paura più grande, piena di dubbi e sola. D’altro canto, il gioco di squadra ha sempre un fascino particolare, specialmente se tramite una chiamata internazionale tra l’America e la Russia. Fascino che ha anche Townes, sfidante e poi amico, per cui Beth prova emozioni nuove, ma questa è un’altra storia…

La Regina degli Scacchi è una serie che si guarda di filata e lascia col fiato sospeso, che appassiona, coinvolge, fa riflettere e emoziona. Ha un cast eccezionale, una recitazione eccellente ed è curato in moltissimi dettagli.

La Regina degli Scacchi

8.5

Voto Serial Gamer

8.5/10

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