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Mosaic: Parte del Meccanismo – Recensione

Mosaic è uno di quei titoli che richiede una grande attenzione, anche solo all’inizio per essere notato.

Una volta che avrete fiutato che il prodotto non è come gli altri, che vi avrà stuzzicato almeno un po’, avrete fatto il primo passo su un percorso di grande interesse.

Siamo qui ora a parlare proprio di questo percorso.

Sviluppato da Krillbite Studios e pubblicato da Raw Fury, Mosaic nasce del tutto in sordina, ma ben presto è in grado di regalare qualcosa di diverso dal solito a chi si approccia alla sua proposta. Il titolo non intende assolutamente regalare un’esperienza divertente o comunque collegata al concetto di gioco: come detto già in precedenza si tratta di un percorso, e per quanto gli spunti di riflessione che offre siano di assoluto interesse, nessuno ha detto che il viaggio sarà semplice. Il gameplay che la produzione sviluppa è in ultima analisi quella di un walking simulator che correda qualche semplice minigioco, più presente per un discorso concettuale che per distogliere effettivamente l’attenzione, alle lunghe parti in cui solo muoveremo il nostro avatar attraverso le evocative ambientazioni che il titolo propone.

Quello su cui verte l’intera produzione perciò appare ovvio non essere tanto il comparto prettamente ludico, quanto la proposta della tematica: Mosaic già a iniziare dal titolo parla al giocatore, andando a porre il focus, narrativo e riflessivo, sull’idea per la quale ogni uomo è parte insignificante di un mostro chiamato società.

Come la tessera di un mosaico, da sola priva di qualsiasi valore, l’individuo viene mostrato in questa produzione totalmente fagocitato da un modello che ne schiaccia l’umanità, le percezioni libere e la possibilità di uscire da uno schema sempre più oppressivo. Che sia il modello capitalistico il problema, che sia la deumanizzazione di ciascuno di noi che si trasforma oggi in puro dato e perde coscienza del suo essere, il titolo impronta sin dalle prime fasi una distinzione netta tra un ambiente metropolitano caratterizzato da luci fredde e un concept più arioso e “naturalistico”, costruito con atmosfere più aperte e luci decisamente più calde. Mostrata da subito questa dicotomia il prodotto però si impegna immediatamente a lanciare l’utente ben più nella prima ambientazione, algida e opprimente: solo in pochi momenti avremo modo di “respirare” un’aria meno occlusiva ed è proprio su questo stillicidio che Mosaic pone un focus importante. Il mondo in cui siamo non è fatto per noi, e il malessere che questo comporta esplode in un misto di sollievo e dolore proprio nei momenti in cui la nostra anima si sfoga davanti ad uno spiraglio di salvezza.

Anche le parti prettamente ludiche del titolo, come già detto, sono presenti solo a scopo concettuale: tutta la lista di trofei presenti su PS4 è infatti legata ad un’applicazione sullo smartphone del nostro avatar, che come unica possibilità di interazione, impone al giocatore la pressione del tasto sul controller. Continuamente. Senza un reale scopo e senza una reale ricompensa. È nel complesso una resa a schermo (nello schermo) del sistema che ingurgita l’uomo: accumulare senza motivo, solo per raggiungere il prossimo obiettivo, e farlo privi di qualunque gratificazione.

È la totale sconfitta concettuale dell’umano contro il meccanico, e rende la caccia al platino di Mosaic tanto impegnativa per i nervi quanto in grado di farci porre la fatidica domanda che traspare da tutta l’esperienza: “cosa sto facendo?”.

Dal punto di vista tecnico Mosaic soffre invece di alcune imperfezioni più sul lato della pura prestazione che altro: le texture sono semplici quanto stabili, proponendo dei poligoni volutamente grossolani in simbiosi con un concept minimalista, richiamante comunque uno stile moderno che ben si sposa con l’ideale della freddezza metropolitana. Le animazioni, sebbene semplici, sono ben studiate e soddisfacenti, anche a fronte dell’impianto come già detto minimal. Il fianco viene proposto però dal frame rate dell’opera, spesso ballerino e vittima di qualche scatto e freeze di troppo. Niente che vada ovviamente ad inficiare in maniera troppo pesante il prodotto nel complesso, ma comunque un elemento che può essere per alcuni di disturbo all’attenzione all’interno di un’esperienza che deve essere il più possibile immersiva per essere goduta.

Mosaic si propone di fatto quindi come una sapiente amalgama tra concept, di cui abbiamo già parlato, e sceneggiatura: si tratta di una parte imprescindibile questa infatti per proporre le tematiche in maniera efficiente, e gli sviluppatori riescono a fare con l’opera un ottimo lavoro, guidando attraverso la labile narrazione l’utente usando i giusti hint sia a livello visivo, dati dai cambi di scena e studiati colpi d’occhio resi in maniera impattante, così come dalla presenza della colonna sonora, che mantenendosi ai margini della  produzione per la maggior parte del tempo, irrompe in momenti precisi aumentando grandemente l’attenzione e la potenza dell’esperienza.

In conclusione, Mosaic non è un gioco. Il prodotto di Krillbite Studios è un vero e proprio studio di sociologia quanto mai contemporaneo. Toccante e profonda, l’esperienza che propongono gli sviluppatori rende a schermo in maniera più che soddisfacente le tematiche e le induzioni introspettive per tutti i giocatori.

Il discorso è sempre lo stesso: chi avrà la buona volontà o comunque l’interesse per fruire nella maniera corretta della produzione, avrà modo di approcciarsi ad un’opera forse dimessa ma di assicurato valore, artistico e umano.

Mosaic

7.2

Gameplay

6.5/10

Trama/Ambientazione

8.0/10

Grafica

7.5/10

Sonoro

7.0/10

Longevità

7.0/10

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Pietro Ferri

Senior Editor di Serial Gamer, è un appassionato di videogames fin da tenera età. Si interessa con dedizione all'approfondimento di qualunque forma d'arte che riesca a trasmettergli emozioni

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