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Blasphemous: Controller e Cilicio – Recensione

Blasphemous è già di per sè un titolo che dovrebbe far porre qualche domanda al giocatore che avvia la sua partita.

Io ovviamente non me ne sono poste.

Diamo inizio al nostro walkthrough e ci viene presentato il nostro viaggio come una penitenza per chissà quale colpa.

“non ho fatto nulla ragazzi, cosa vuoi mai che mi propinino su uno scorrimento orizzontale”

La verità è che non me la sono cavata con un paio di Ave Maria e un Padre Nostro.

Sviluppato da The Game Kitchen e pubblicato da Team17, Blasphemous è un’esperienza impossibile da giocare in scioltezza e serenità, pena la perdita totale di senso del nostro viaggio. Partito come progetto Kickstarter nel 2017, il gioco si è riaffacciato sul panorama durante lo scorso anno, con un paio di trailer già in grado di far capire che la produzione non avrebbe proposto una passeggiata in un campo di margherite sul finire dell’estate, grazie ad un primo sguardo ai limiti del morboso.

Nella terra di Cvstodia, dove il titolo è ambientato, l’opening ci spiega come un cosiddetto “Miracolo” sia disceso dal cielo per volontà divina, piagando la landa e i suoi abitanti e trasformando taluni in mostri, altri in flagellanti.

Cio che però accomuna tutti gli abitanti di Cvstodia è la fede che il Miracolo non sia mal, ma appunto l’espressione del volere divino, da accogliere con gioia nella sua rovinosa oscurità. Il dolore viene accolto e ricercato dai più sfortunati, mentre coloro che non sono diventati mostri chiedono, attraverso preghiere e punizioni corporali autoinflitte, di ricevere un poco di quel Miracolo, così sublime e potente.

Il nostro viaggio inizia dunque con queste premesse non certo rosee, e il primo sguardo e solo l’inizio di una discesa malata in un cono di ombre che si fa sempre più angusto e coercitivo.

Iniziando la nostra partita veniamo cacciati nei panni di un penitente senza voce, colpevole di chissà cosa e con il sacro compito di fare ammenda agli occhi di Dio. Molto presto vedremo che, mai come in questo gioco i termini “colpa”, “espiazione” e “dolore” sono graditi agli occhi dell’essere supremo che, ricalcato sulla figura del dio cristiano, fa sfoggio di una volontà misteriosa, cruenta e mai luminosa come viene dipinta dai suoi cultisti.

Resta il fatto che il nostro sano pellegrinaggio noi ce lo siamo trovati bello appioppato, e non abbiamo altra scelta se non proseguirlo.

Poco dopo una breve fase di tutorial conclusa dal classico boss ai limiti del risibile, un npc il cui corpo strettamente legato da ruvide corde difficilmente lo rende collegabile al termine “radioso”, ci informa nello specifico riguardo la nostra missione: dovremo aprire la porta per la madre di tutte le chiese, dove potremo concludere la nostra ammenda.

Per fare ciò dovremo sottoporci a tre umiliazioni attraverso l’incontro con tre “beati”, superare le prove che ci dividono tra questi e mostrarci degni di quella che solo pro forma è una loro benedizione, lordata sempre dalle oscure ombre della contrizione, il dolore e il pianto.

Il concetto appare dunque abbastanza lineare, come idea di gioco, ma sarà poi il Gameplay ad andare ad approfondire e a caratterizzare maggiormente la proposta di blasphemous.

Il gameplay nel quale la produzione getta di faccia il giocatore è quello di un metroidvania crudo e senza fronzoli a scorrimento orizzontale. Semplice e classico nelle sue parti relative al combact system, Blasphemous strizza l’occhio ad elementi action e tipici dei cosiddetti Soulslike, grazie ad un sistema di progressione non basato su livelli e statistiche, ma solo su potenziamenti relativi a barra della vita e del “mana”. Ad arricchire il comparto ruolistico saranno poi determinate classi di oggetti che una volta equipaggiati ci doneranno nuove abilità, andando a determinare un pellegrino sempre personale e in linea con lo stile di gioco degli utenti, per quanto questo sia ovviamente da declinare in un semplice metroidvania.

Non saranno solo le nostre scelte in fatto di equipaggiamento e la lunghezza delle nostre barre a portarci alla vittoria, quanto invece un sano allenamento con le meccaniche di gioco e la familiarità con ambienti, tipologie di nemici e strategie basilari per approcciare le numerose battaglie sulla via della nostra redenzione.

Come nota finale per l’apparato, il fatto che il comando per attaccare sia lo stesso di quello per aggrapparsi alle sporgenze dovrebbe essere vietato in tutti i paesi che vogliono definirsi civili, specie per un metroidvania: provare a colpire in salto un nemico sospeso tra due piattaforme ci trasformerà infatti immediatamente in un bel prosciutto appeso nel reparto macelleria, con la naturale conseguenza di essere presi dai nemici più per una pignatta da malmenare senza pietà che per il protagonista di un viaggio epico verso l’incontro con il Dio.

Quello per cui probabilmente sarà ricordato Blasphemous nel florilegio di soulslike che vanno in maniera preoccupante ad aumentare di anno in anno non è però tanto il gameplay, che come troppo spesso succede non vede proposte idee nuove, ma solo la declinazione di modelli già visti in modi sempre diversi; Quello di Blasphemous che colpisce è l’universo narrativo, l’approccio coraggioso alle tematiche e la resa a schermo di un mondo che non ha paura di mostrarsi nel suo concept. Pescando a piene mani dalla mitologia cristiana e riformulandone i concetti (neanche in maniera così astrusa) ai fini della sua narrativa, il titolo riesce a creare un’ambientazione fantasy, dark e terribilmente decadente che non scade mai nel ridondante, ma riesce con ogni nemico, ogni zona di gioco e ogni descrizione degli oggetti.

Nel complesso infatti Blasphemous è proprio questo un concetto di gameplay magari già visto, ma reso in una maniera fresca, all’interno di un universo che riesce quasi a farci dimenticare il gameplay e a immergerci nelle sue ambientazioni Dark e sublimemente gotiche. È questo infatti il punto di forza del titolo di The Game Kitchen: costringere, frustrare, far provare dolore tentativo dopo tentativo al giocatore, senza mai però togliergli del tutto la luce. Forse la pena da cui dobbiamo mondarci è proprio questo nostro viaggio, ma la via cruci che abbiamo intrapreso, croce sulla schiena, è troppo bella per essere interrotta, e il dolore troppo sublime.

Mancano pochi passi al calvario e mai come in Blasphemous vorremo essere incoronati con le spine sulla sua sommità.

*versione testata: Playstation 4, grazie al codice fornito dal publisher

Blasphemous

7.3

Trama/Ambientazione

8.0/10

Gameplay

6.9/10

Grafica

7.5/10

Sonoro

7.0/10

Longevità

7.0/10

Pietro Ferri

Senior Editor di Serial Gamer, è un appassionato di videogames fin da tenera età. Si interessa con dedizione all'approfondimento di qualunque forma d'arte che riesca a trasmettergli emozioni

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