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Red Dead Redemption 2: Racconti dal Vecchio West – Recensione

Red Dead Redemption 2 era già gioco dell’anno prima della sua uscita, e solo per questo scriverne una recensione non è affatto un lavoro facile.

Uscendo con la nostra recensione una settimana circa dopo il lancio su PlayStation 4 e Xbox One, io come qualunque videogiocatore che non abiti in una caverna ai confini dell’universo non ho potuto fare a meno di essere investito dall’eco mediatica che ha accompagnato l’uscita dell’ultimo titolo di Rockstar Games, con annessi i pareri della critica internazionale ad esso relativi che ne hanno osannato la venuta come l’arrivo di un nuovo messia: la parata di 10/10, 100/100 e altissimi voti che infatti ne è succeduta è stata altamente condizionante sia per me, non lo nego, che per tutti.

Il gioco perfetto. Il titolo del secolo. Non plus ultra.

Cavolo, come posso io permettermi solamente di avere un’opinione su quello che non sembra neanche più un gioco, ma un ideale? Come posso poi addirittura esprimerla, la mia opinione? E dare un voto a questo oggetto di culto? Blasfemia.

Ho dovuto riflettere a lungo, non solo su cosa sia Red Dead Redemption 2, ma addirittura su cosa sia la recensione di un videogioco come mai avevo fatto prima d’ora; il risultato è qui sotto: un’analisi il più obiettiva possibile su quello che si, è davvero ad oggi il capolavoro di Rockstar Games.

Pallottole, Nostalgia e nessun eroe

La storia di Red Dead Redemption 2 ci mette fin da subito nei panni di Arthur Morgan, il nostro protagonista: si tratta di un uomo che ormai si è lasciato alle spalle i giorni ingenui della giovinezza e carico di un’infanzia difficile si trova da ormai vent’anni ad essere uno degli uomini di maggior fiducia della banda di Dutch Van Der Linde, un manipolo di uomini e donne fuorilegge guidati appunto dalla carismatica figura del buon Dutch.

Siamo nel 1899, e insieme al secolo anche il tempo dei grandi “Outlaws” sta finendo: l’America sta infatti cambiando velocemente e l’industria, progredendo con altrettanta rapidità, sta soffocando gli ideali e gli usi che caratterizzavano il classico Far West. Anche la banda di Dutch non se la passa un gran bene: dopo aver fallito un colpo alla banca della cittadina costiera di Blackwater, il gruppo viene incalzato dagli uomini della legge verso le montagne a nord, dove riesce a far perdere le sue tracce in una tormenta di neve. In seguito a questa situazione però la banda si troverà bloccata dalla gelata tra i picchi e dovrà chiamare ogni suo membro a fare del suo meglio per contribuire alla sopravvivenza del gruppo. Sopravvivenza non sembra però una parola che vada particolarmente ad un idealista come Dutch che, legato agli ideali del vecchio West, non riesce ad accettare un’esistenza a rosicchiare soldi e libertà, ma vuole qualcosa di molto più grande: è proprio per questo motivo che appena il tempo sulle montagne migliora il prologo alla storia finisce, e la banda del fuorilegge, Arthur ovviamente compreso, scende a valle verso il New Hanover, alla ricerca del denaro necessario a costruire una nuova vita per ognuno dei membri.

Il Gameplay che caratterizza Red Dead Redemption 2 è lo stesso che aveva fatto del primo capitolo della saga, così come di tutta la serie dei celebri GTA, i mostri sacri che sono. Il titolo offre ai giocatori un’avventura single player con importanti meccaniche shooter semplicemente eccezionali. Nel vasto open world gli utenti potranno trovare disseminate miriadi di missioni principali e secondarie e viaggiare per gli stati di Ambarino, New Hanover, Lemoyne e West Elizabeth per scoprire tutte le possibilità che questi offrono: i completisti seriali troveranno su questo vasto territorio pane per i loro denti, grazie alle numerose e nutrite classi di collezionabili e alle pressoché infinite varietà di flora e fauna da reperire per raggiungere il 100% della sezione “compendio” sul menù, che raccoglie appunto tutti gli elementi in cui potremo imbatterci nei nostri viaggi.

Tutto il comparto è caratterizzato da un profondo realismo e da una coerenza che faranno impallidire tutti gli hater: ad accompagnare l’ormai nota ed iconica meccanica del Dead Eye, capace di rallentare il tempo per un breve periodo e eseguire colpi precisi di arma da fuoco in rapida successione come dei veri pistoleri del West, ogni altro elemento di gameplay riporterà presto gli Arthur di tutto il mondo con i piedi per terra: il nostro avatar è tutt’altro che un superuomo e avrà bisogno di mangiare e dormire con regolarità per rigenerare le sue statistiche di salute e resistenza. Anche la nostra igiene personale sarà importante: non usufruire della meccanica legata alla rasatura farà infatti crescere a dismisura la nostra barba e i nostri capelli e l’evitare per troppo tempo di farsi un bagno condannerà il nostro personaggio, guarda un po’, a puzzare, con ripercussioni fastidiose che si mostreranno soprattutto quando andremo a caccia e, non prestando attenzione a stare a favore di vento (altra meccanica molto realistica), le nostre prede ci fiuteranno fuggendo di conseguenza.

Altra meccanica importante sarà quella dell’onore: compiendo infatti atti degni del buon’uomo che siamo l’indicatore dell’onore virerà verso il bianco, vice versa comportandoci come dei fuorilegge, rubando e uccidendo quando non necessario, l’indicatore virerà verso il rosso.
Le differenze tra i due stili di gioco e le possibilità che entrambe offrono sono diametralmente opposte: agendo come “rogue” avremo naturalmente molte più occasioni di racimolare soldi, grazie alla possibilità di uccidere e rapinare a nostro piacimento (sempre prestando un’occhio alla legge che, una volta che ci avrà scoperti, chiederà il pagamento di una taglia). D’altro canto, agendo “per il bene” il nostro buon cuore verrà notato dai cittadini, che ci offriranno corposi sconti presso i negozi e addirittura arriveranno a regalarci alcuni oggetti utili. Non molto equo infine il fatto che alcune missioni, specie verso la seconda metà della storia, vengano rese accessibili solo con determinati livelli di onore positivo, penalizzando quindi i giocatori malvagi.

Chi di spada ferisce, di spada perisce, credo.

Storie di un vecchio, vecchio West

I personaggi, che vengono presentati praticamente tutti nelle prime fasi della storia risultano inizialmente forse un po’ troppo stereotipati, schiavi della caratteristica principale che li definisce e quindi privi di sfumature, ma con il proseguire della trama in molti subiscono un approfondimento di ottima fattura, figlio delle esperienze vissute da ognuno e per questo credibile. Questo sopracitato approfondimento si trova in ultima analisi a reggere probabilmente l’intero impianto narrativo, specie negli ultimi capitoli della storia, quando davvero le scorribande, gli attacchi ai treni e le rapine alla diligenza, grandi protagonisti nelle prime fasi del gioco, lasciano il palco a qualcosa di più umano e introspettivo, diventando solamente un mezzo e non più l’ultimo fine e soprattutto rendendo anche il comparto narrativo di Red Dead Redemption 2 un capolavoro al pari del resto dell’opera.

La narrativa si mostra amministrata saggiamente anche quando correlata al vasto impianto delle ambientazioni: vaste e varie, queste vengono presentate al giocatore con il proseguo della trama principale e, come mai avevo avuto modo di notare in altri titoli prima d’ora, riescono a fondersi perfettamente con le atmosfere create dalla trama in ogni suo momento, esaltandone la portata narrativa e dando ragione a tutti coloro che parlavano del titolo di Rockstar come quello in grado di ridare enorme lustro ai videogame single player in un panorama che sempre più vira verso l’online multiplayer, all’interno del quale lo stesso RDR2 non si tira indietro, grazie al suo comparto online in prossima uscita.

La Meraviglia della lattina nella radura

Dal punto di vista grafico, mi sono innamorato di Red Dead Redemption 2 nel momento in cui il mio Arthur, ad inizio del primo capitolo, ebbe fame: prontamente e curioso di assaporare la nuova meccanica tirai fuori dunque dalla mia bisaccia una latta di fagioloni da farmi meritare una pacca sulla spalla dalla buon’anima di Bud Spencer. Finita la scorpacciata comunque quel criminale di Mister Morgan si pulisce la bocca e butta la latta per terra, ed a quel punto avviene la meraviglia.

La latta di fagioloni (non male tra l’altro) rimane li sul prato, tranquilla come Ghandi.
Nessuna sparizione, nessun despawn ingiustificato, nessun portale verso dimensioni sconosciute su quel prato: forse è poca cosa, ma la coerenza anche fisica aveva portato in quel momento ad un avvenimento che nulla aveva di eroico, ma di fatto indicatore di una cura del dettaglio che ho adorato. Il rumore della lattina sulla terra, un rimbalzo scoordinato fisicamente credibile e poi nulla. Magia.

Il comparto visivo del capolavoro Rockstar è semplicemente ai limiti dell’ineccepibile: non definibile perfetto solo a causa di alcuni bug grafici minori per lo più legati alla compenetrazione dei solidi (cinturoni che si infossano nei soprabiti, capelli lunghi tutt’uno con i colletti alti, bottiglie che levitano ad un metro da terra e qualche cavallo fantasma attraverso il quale i personaggi si muovono durante alcuni filmati): si tratta ovviamente di difetti minori, insignificanti ai fini dell’esperienza e anzi sinceramente divertenti più che problematici, ma comunque da riportare in questa sede, specie se stiamo parlando del gioco da 10 con più risonanza mediatica degli ultimi mesi.

Per tutto il resto, sul lato grafico RDR2 è una falange spartana, che non offre un centimetro di fianco ad alcuna debolezza: la qualità di ogni texture è impeccabile, sia a distanza ravvicinata sia sugli sfondi, dove i dettagli sono definiti come se ci fossimo noi di persona, a bighellonare per Ambarino. Ogni poligono, ogni animazione e espressione facciale è talmente curata che quasi non ci si rende conto degli switch dalle fasi di gioco a quelle filmate, se non per un ulteriore aumento della qualità grafica in queste seconde, che rende visibile e perfetta ogni goccia di sudore sulla fronte di Arthur, ogni macchia di sangue sulle sue mani, ogni pelo di barba fuori posto e addirittura rende evidente la lucidità dei suoi occhi se particolarmente umidi.

Per godere ancora di più di tutto questo splendore è presente la feature della visuale dinamica che, sebbene in realtà poco controllabile e sempre incentrata sul nostro personaggio, offre un cambio di telecamera più mobile e cinematografico in grado di porre il giusto focus in ogni scorcio e principale responsabile di una buona metà degli screenshots attualmente presenti sulla mia PS4. Grande assente è invece una modalità fotografia più canonica, stabile e controllabile che se introdotta con un eventuale futuro aggiornamento decreterebbe di fatto la fine del mio giocare a Red Dead Redemption 2 e l’inizio della mia (probabilmente disastrosa) carriera di fotografo.

Ho riflettuto un po’ su quale fosse l’elemento che però più degli altri rendesse il lato grafico di RDR2 così superiore alla media, e la risposta credo che sia una sola: l’illuminazione. Tutto l’apparato delle luci del titolo è infatti di sicuro una tra le parti dell’opera che mi ha più colpito proprio per il suo saper essere d’impatto sublime. I raggi del sole che filtrano attraverso le nuvole durante una tempesta, l’alba, la luna tra gli alberi della foresta sono tutti momenti resi in una maniera magistrale e magnificamente romantica: ogni atmosfera e ogni condizione meteorologica porta con se un determinato tipo di illuminazione, curata nella sua definizione come il resto del comparto visivo e fiore all’occhiello dello stesso, per questo capace di lasciare semplicemente a bocca aperta. Davvero, di stupire.

Il caricatore che non si inceppa

Niente nuove (e quindi buone nuove) anche riguardo al comparto tecnico. Red Dead Redemption 2 offre a supporto dell’esperienza del giocatore un apparato titanico e inscalfibile: con un frame rate granitico a praticamente nessun prezzo, vista comunque l’esiguità di qualunque caricamento, il titolo dispone di un sistema di salvataggio fruibile ed immediato, con numerosi slot a disposizione della tipologia di salvataggio manuale e uno per quello automatico. Questa seconda varietà chiederà la nostra autorizzazione a sovrascrivere il file ogni volta che riaccederemo alla nostra partita, ma concessagli la prima volta, il sistema disporrà dell’autosalvataggio in maniera frequente ed autonoma, affidabile come ci si aspetta.

Foto sbiadite di vecchi pistoleri

Per giocare a Red Dead Redemption 2 ho provato a immergermi il più possibile in un’atmosfera western che potesse esaltare la portata della mia esperienza videoludica. Ammetto di essermi messo in poltrona con un paio di jeans, una camicia bianca, un improbabile gilet e un cappello da cowboy, vestigia di chissà quanti carnevali fa (giuro di non stare inventando nulla) , e conciato in questa maniera, essermi detto pronto a vivere tutte le avventure che avrebbero aspettato me, Billy the Pido, nuovo pistolero della provincia nord-ovest di Milano.

La verità è che non ero affatto pronto.

Red Dead Redemption, che mi aspettavo essere un giochino dove urli “yeeehaaa”, assalti la diligenza e spari allo sceriffo, si è rivelato essere una vera e propria tragedia, sia per i personaggi che per i loro ideali. La fine del 1800 ha infatti portato la caduta anche di quello che tutti oggi conosciamo come Far West, dei suoi ideali e dei suoi significati.

Con il proseguire della trama del titolo infatti la narrazione alza la posta sempre di più, portando ad un introspezione notevole noi e ad un approfondimento importante anche i personaggi che incontriamo nel corso dell’avventura. Il carismatico Dutch partito ad esempio dalla figura del popolare fuorilegge, si rende conto presto di stare combattendo contro un gigante che è il cambiamento, e se inizialmente e con superficialità un giocatore può disapprovare il suo modo di agire impulsivo e non costruttivo, successivamente si scontra con la realtà per quella che è davvero: il capobanda è uno sconfitto dall’arrivo di una nuova mentalità, e accorgendosene perde se stesso, perché semplicemente egli stesso non può trovare posto nel nuovo secolo. Il Tempo non è un nemico che si può sfidare a duello, e per quanto Dutch sia veloce a sfilare dalla fondina la pistola, questo avversario non può proprio batterlo. Come per lui, anche la maturazione di ogni altro personaggio definisce RDR2 per quello che è: una tragedia verghiana nella quale i personaggi, volenti o nolenti, non combattono più per il bottino, ma per un posto nel mondo.

Guardo Dutch, Micah, Bill e gli altri cavalcare ad armi spianate creando il caos per il solo scopo di distruggere e mi viene da pensare, con in testa il mio cappello da sceriffo di mille carnevali fa.

Siamo noi bambini a vestirci da Cowboy, o i Cowboy a vestirsi da bambini?

Outro

Come dicevo all’inizio, condizionato dalle miriadi di voti massimi della stampa internazionale, ho riflettuto su cos’è una recensione, e mi sono chiesto se di fatto ne abbia io mai scritta una. Credo che la differenza tra una vera recensione e una delle analisi più o meno personali che faccio io di solito sia che la prima richiede la posa di un voto, e quindi la presa di una responsabilità a livello personale, perché a metter quel voto sono stato proprio io, e il mio nome è scritto li sotto, sul palco o sulla croce.

Non metterò d’altronde il voto 10 a RDR2 e il motivo è tanto semplice quanto matematico. Se 10 è infatti il voto massimo sopra il quale non si può andare si tratta della perfezione, e l’ultima magnifica fatica di Rockstar non è perfetta. Oltre al fatto che il titolo è ancora incompleto, visto l’arrivo solo futuro dell’attesa modalità online che non vedo l’ora di provare, resta comunque oggettivo che la piccola serie di minuscoli nei (bug grafici minori, assenza di modalità fotografia, movimenti a cavallo a volte troppo schiavi dello script), che ripeto essere insignificanti ai fini di qualunque analisi che non cerchi davvero il pelo nell’uovo, rendono l’opera si, in grado di primeggiare su praticamente qualunque collega, ma comunque non definibile “perfetta”.
Molti potranno dire che vedendo le cose dal mio punto di vista il “gioco perfetto” non esisterà mai, anche analizzandolo nel contesto del suo ambito, e probabilmente hanno ragione. Resta però innegabile quanto scritto sopra, e lasciando da perdere almeno per il momento l’idealismo torniamo nel merito della faccenda.

Red Dead Redemption 2 è un gioco di primissima qualità, e probabilmente si, sarà per tutti il gioco dell’anno, perché sinceramente non vedo come qualsiasi progetto possa fare meglio del capolavoro di Rockstar a parità di contenuti. Oggi abbiamo per le mani un Action Open World vivo e pulsante, delizia per ogni amante del single player, dell’esplorazione, del completismo, della narrativa: ad oggi insomma, il punto d’arrivo di più di un genere.

Il capolavoro di Rockstar è davvero un titolo che pensandoci bene può essere consigliato, regalato o nascosto sotto il letto tipo rito vudù a qualsiasi giocatore di qualunque età, perché cavolo, chiunque egli sia e qualunque cosa gli piaccia, vestire i panni di Arthur Morgan e avere esperienza del vecchio West e del suo tramonto, gli darà un gusto mai provato. Quel gusto che si presenta una volta ogni tanto, tanto tempo, e che crea una generazione nuova di videogiocatori.

*Versione Testata: PS4, grazie al codice fornitoci dal publisher

Red Dead Redemption 2

Red Dead Redemption 2
9.8

Trama

9.8 /10

Gameplay

9.8 /10

Grafica

9.8 /10

Sonoro

9.6 /10

Longevità

9.8 /10

Pro

  • Trama profonda tutta da scoprire
  • Impatto visivo impareggiabile
  • Il gusto dell'esplorazione

Contro

  • Piccoli bug grafici
  • movimenti scriptati un po' pesanti, specie a cavallo

Pietro Ferri

Senior Editor di Serial Gamer, è un appassionato di videogames fin da tenera età. Si interessa con dedizione all'approfondimento di qualunque forma d'arte che riesca a trasmettergli emozioni

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