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#FeministFriday Ep.6 – Il Disprezzo della Luna: Diana

Il sesto appuntamento con il #FeministFriday di Serial Gamer Italia che porto oggi vuole essere un giro di boa: mi piacerebbe, dopo un mese e mezzo dalla sciagurata idea di portare questa rubrica sul portale, essere in grado di far passare qualche messaggio in più oltre a quello strettamente legato alla protagonista di oggi. Messaggi semplici, forse troppo, la cui ovvietà però spesso viene percepita in maniera troppo forte, gettando un manto di superficialità nell’analisi di qualcosa che invece ha dignità pari a molte altre cose. Ma ci arriviamo con calma.

Innanzitutto passiamo a presentare la protagonista di oggi: ci sono ragazze che non vanno fatte aspettare, non tanto per cavalleria (tanto più che cavalleria è un termine che sta un po’ stretto in questa rubrica) quanto per istinto di sopravvivenza. Signori, tra queste si annovera Diana, da League of Legends.

“Pido, sei un pagliaccio. Dopo aver tirato in ballo saghe capolavoro e perle nascoste mi droppi un personaggio di League of Legends, uno dei giochi dal concept più semplice e inflazionato degli ultimi 20 anni”

“Pido sei un ridicolo, hai finito le idee e si dimostra adesso che videogiocatore sei: un fruitore becero di giochini per montati e pargoli immaturi”

Risponderò in presenza del mio avvocato alle accuse che anche io muoverei di getto a questo punto, semmai non riuscissi a spiegare la mia posizione in questo appuntamento.

I personaggi di LoL, moba che non ha bisogno di presentazioni, hanno tutti (o credo, non lo so più) una cornice narrativa che ne introduce un quadro caratteriale: è a questo e al fattore estetico che ho sempre rimesso le mie scelte di personaggio giocando a League of Legends.

Diana è un abitante del Monte Targon, la montagna più alta di Runeterra, nonché una discepola dell’ordine dei Solari, un gruppo mistico di guerrieri, paladini e monaci che si rimettono al culto dell’adorazione del sole (una pratica che va molto forte tra i MERDONI. Chi ha orecchie per intendere intenda). La ragazza però è quanto di più lontano possa esistere da una persona “solare”: pallida, cupa e sempre nascosta dietro ad uno sguardo di ghiaccio, Diana trova la pace solo di notte, sotto la pesante coperta del cielo nero e lo sguardo illuminato della luna.

Parlando da adepta al gran Consiglio dei maestri solari prova più volte a far capire che anche il satellite bianco ha la stessa dignità del sole, anche solo per il fatto che la faccia stare così bene, e chiede ai saggi di permetterle di creare a sua volta un culto legato alla luna. I saggi ovviamente rifiutano, liquidandola in malo modo.

Ci vuole ben altro che la parola di un vecchio per fermare la grande determinazione di Diana però: svolgendo accurate ricerche nella biblioteca dell’ordine infatti, la ragazza ritrova lo stralcio di un manoscritto fregiato con il simbolo di una falce di luna, che tradotto e studiato indirizza la ragazza in una caverna celata ai piedi del Targon, dove con stupore la giovane adepta trova la porta di un tempio votato alla luna.

Diana è al settimo cielo: ora che è riuscita a fare questa scoperta gli anziani dovranno per forza ascoltarla.

Al buio del tempio abbandonato dunque la giovane veste l’armatura della luna qui custodita e impugna la lama a forma di mezza falce, preparandosi ad incontrare il consiglio e a fare accettare finalmente la sua verità.

Quando però giunge davanti ai maestri dell’ordine, questi invece di ammettere il culto della luna come un parallelo a quello del sole, si scagliano contro di lei, accusandola della più nefanda eresia e condannandola a morte per lo stesso motivo. Diana è disperata: non può concepire che la sua diversità, ora  per di più supportata da una verità che era stata dimenticata, la porti a morire su un rogo solo perché non accettata da altri esseri umani come lei.

Gli occhi prima persi nel vuoto ritrovano ora la messa a fuoco e si fissano, cambiati per sempre, sugli anziani del consiglio: la ragazza alza la testa, brandisce la spada a forma di mezzaluna e trucida tutti i mistici nella sala, in un bagno di sangue che non lascia soddisfatto nessuno.

Da quel giorno in poi, Diana viaggia per il mondo, finalmente libera e terribilmente sola, accompagnata solo dalla sua spada e da una luna che non l’ha mai abbandonata.

Ci troviamo intuitivamente dunque davanti ad una vera e propria antieroina, che diversamente da tutte le altre protagoniste prese in considerazione fino ad oggi, non offre nulla a chi le sta intorno, ma decide di mettersi al servizio di se stessa solamente, in modo per raggiungere se non la felicità, almeno una superficiale serenità.

Il messaggio che volevo fare passare approfittando di questo episodio di FeministFriday, e per il quale ho preso Diana come protagonista, è che anche all’interno di un gioco “fine a se stesso” possano esistere dei personaggi caratterizzati  in maniera più che buona: Riot Games è sempre stata maestra nel creare un contorno accattivante e un design (sia caratteriale che estetico) per tutti i suoi personaggi. Certo, alla fine ci troveremo comunque a giocare una partita “utilizzando” un determinato pg, e poi un’altra, e poi un’altra e poi un’altra, ma il fatto che sia così facile affezionarci a questi è segno di una grande cura a livello creativo e di una caratterizzazione sapiente e troppo spesso sottovalutata. È proprio per questo che ne ho voluto parlare oggi.

“O muori da Solari, o vivi tanto a lungo da shottare l’ADCarry” diceva qualcuno (?).

Diana mi ha colpito anni fa con il suo fascino algido e il suo freddo pragmatismo, proprio di una ragazza ferma e forte, capace di definire i suoi valori e difenderli: sono infatti due i momenti fondamentali nella sua storia che svolgono un ruolo fondamentale nella sua maturazione, perché si, un personaggio di LoL può maturare.

In un primo momento abbiamo la scena molto poetica della vestizione dell’armatura: se in molte culture questo atto veniva compiuto dai cari del guerriero in una sorta di cerimonia casalinga, Diana si prepara da sola, al buio: è ancora una adepta solari, ma questo è il primo passo deciso che compie sulla sua nuova strada, e presto se ne renderà conto.

Il secondo momento è quello della strage, in cui la ragazza si rende conto di quanto sia inutile passare la vita in un ruolo non suo, alla perenne ricerca dell’approvazione di qualcuno che non la merita ne considera, piuttosto che votare ogni istante della sua vita a tentare di stare bene, a tentare di bastarsi. Un istante per volta, non è difficile.

Diana è un’assassina, ma è la sesta protagonista del FeministFriday perché ha con se una forza enorme, e soprattutto perché è capace di incanalarla in qualcosa che per lei è importante, incurante di tutte le contaminazioni della società che suggerisce anche oggi, nell’orecchio di TUTTE le ragazze e le donne del mondo, cosa è meglio che facciano per essere accettate, per semplificare una situazione che sebbene sembri normale, a rifletterci bene non lo è quasi mai.

Non so se a questo punto io debba chiamare il mio avvocato o almeno un pochino di quello che provavo a dire sia passato attraverso questo articolo, in attesa dunque di commenti, note legali o teste di purosangue tra le coperte (che accoglierei comunque come una novità tra le mie coperte…) vi do appuntamento al prossimo numero della rubrica, sempre su Serial Gamer Italia e sempre con il vostro Pido!

Pietro Ferri

Senior Editor di Serial Gamer, è un appassionato di videogames fin da tenera età. Si interessa con dedizione all'approfondimento di qualunque forma d'arte che riesca a trasmettergli emozioni

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