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Playerunknown’s Battlegrounds – Cosa faresti per del pollo? – Recensione

Playerunknown’s Battlegrounds (aka PUBG) ha finalmente raggiunto la versione 1.0, che significa principalmente due cose: i nostri avatar virtuali hanno finalmente ricordato come si usano le gambe per superare gli ostacoli, e la fase di Early Access è ormai terminata! Ma a parte questo, avete presente il periodo in cui si diceva che “negli sparatutto si spara e basta”, nel mero tentativo di riassumere (sminuendo) ed accorpare tutti gli esponenti del genere? Bene, permettetemi allora di esordire con “nelle battle royale ci si ammazza per arrivare primi e basta”, perché, fondamentalmente, il concetto è questo. Se ogni titolo prova a cambiare la “ricetta” per creare un gusto tutto suo, il risultato finale, il gustoso ciambellone al cioccolato su cui metteremo le mani, avrà sempre un buco in mezzo, deal with it. Questo per dire, in poche parole, che si, la struttura delle battle royale è sempre quella: uccidi, scappa, cerca, mettiti in salvo, vinci… o muori. Cos’ha di diverso allora PUBG? Molto semplice: è stato il primo titolo a “funzionare”, non solo nelle meccaniche “core” del gameplay, ma anche nelle sfumature da lui dipinte. Lo stile verosimile e quasi serioso (in netto contrasto coi competitor), unito ad un feeling a metà strada tra arcade e simulazione, è forse la carta più vincente della produzione Coreana. Ovvio, ci sono stati altri parametri fondamentali nella scalata al successo, tra cui l’essere stato l’unico titolo veramente giocabile (a livello di netcode) e supportato con tempistiche relativamente brevi, durante il periodo in Early Access. L’interesse degli streamer ha solo consolidato lo status di stella nascente, ma direi che dopo questa breve panoramica sul titolo, possiamo andare un minimo nello specifico, per quanto possibile.

 

Un genere che è già un classico

Come già detto, battle royale equivale a qualcosa che il maestro Miyagi riassumerebbe con “raccogli bottino, spala cletino!”, o più seriamente, al trittico “loot-kill-survive”. Nella più classica delle rappresentazioni, il tutto inizia su un aereo, da cui potremo lanciarci e in seguito planare grazie al nostro paracadute su uno dei punti della (vasta) mappa, di cui al momento ne abbiamo 2 disponibili. Come da copione, questa è divisa in 3 zone circolari: la zona sicura (bianca), la barriera elettromagnetica (blu), e quella soggetta a bombardamento (rossa), quest’ultima con posizione variabile a ristretti intervalli regolari. Nel tempo, e sempre più velocemente, la zona blu si sovrapporrà ai bordi di quella bianca, con quest’ultima che si restringe di conseguenza, e così via fino a circoscrivere una sempre più minuscola zona di gioco. Il tutto è gestito in maniera totalmente randomica, così come randomicamente sarà gestita la distribuzione del loot, la traiettoria dell’aereo, il posizionamento dei veicoli e la distribuzione di partenza (e seguente restringimento) delle zone. Se non siete fedeli praticanti della sacra chiesa di RNGesus (passatemi il meraviglioso termine), allora potreste rimanere scottati dall’esperienza di gioco. Non prendetela troppo a male, tutte le battle royale hanno una forte componente random, anche se c’è da ammettere che in molti casi, in PUBG, sentiremo quest’ultima prendere il sopravvento sull’intero concetto di bilanciamento, con situazioni che ci porteranno a sentirci peggio di Fantozzi con nuvolone annesso, o più concretamente, a giocare in maniera troppo conservativa per ridurre al minimo i rischi. Ma tagliamo corto, alla fine la regola numero uno delle battle royale è che oltre alle “skill” serve anche una bella dose di fattore C: prendere o lasciare. E, soprattutto, la tecnica delle ciliegie si applica perfettamente al genere, con partite che si susseguono una dietro l’altra, anche in caso di sessione particolarmente “sfigata”.

Come detto precedentemente, le mappe a disposizione sono attualmente due, di dimensioni particolarmente vaste, a volte anche troppo. Se siete abbastanza fortunati da trovare un veicolo (a due o quattro ruote), l’esperienza di gioco migliora esponenzialmente, permettendovi di coprire lunghe distanze in breve tempo (a patto di sopravvivere ad una fisica di guida tutt’altro che sopraffina). In caso contrario, preparatevi a correre per una quantità indescrivibile di minuti: purtroppo, questo è uno dei costi da pagare per una mappa così grande (e praticamente con zero interazione), capace si di ospitare 100 giocatori, ma allo stesso tempo di generare troppi tempi morti nella partita, o altre situazioni di cui parlerò nel paragrafo successivo. Fondamentalmente, l’esperienza potrebbe avere livelli di adrenalina variabili, con solitamente un’enorme calo nelle fasi “centrali” per poi risalire a mille in quelle conclusive (se ci arrivate).

Comunque, come in ogni battle royale, dev’esserci un fine ultimo per cui decidiamo di smembrarci con altri esseri umani, no? A parte la cena a base di pollo e la gloria personale, ogni partita ci ricompenserà con dei punti, che al momento possono essere investiti solo nell’acquisto di casse ricompensa, da cui possiamo ottenere un oggetto cosmetico (i cui drop buoni hanno percentuali ridicolmente basse) da far indossare al nostro avatar virtuale. Fortunatamente, dunque, la formula di gioco non è affatto né Pay2Win né Grind2Win, lasciando al campo di battaglia e ai sacri poteri dei nostri deretani il compito di prevalere sugli altri! Questo può avvenire, momentaneamente, in modalità Singola, Duo o Squad (4 giocatori).

It’s all about gunplay, ’bout gunplay, no treble

Veicoli, medicinali, armature, caschi, armi corpo a corpo: tante variabili che definiranno la vostra partita, ma alla fine dei conti, parliamo di un TPS, in cui le armi da fuoco sono la vera discriminante tra vittoria e sconfitta. I veicoli aumentano le nostre probabilità di sopravvivere; i medicinali ci danno una seconda chance in caso di necessità o coprono le nostre fughe nella zona blu; armatura e caschi, di 3 livelli diversi, forniscono protezione dal fuoco nemico (fino a rompersi); le armi corpo a corpo… beh, a parte la padella, raramente (se non mai) le userete. Arriviamo dunque alle armi da fuoco, e al modo in cui esse determinano le nostre partite in maniera indelebile. Prima che qualcuno mi porti direttamente a casa un costume in nylon di Capitan Ovvio, lasciatemi spiegare accuratamente. A disposizione, nel gioco, abbiamo diversi tipi di bocche da fuoco, tra mitragliette, fucili d’assalto, fucili a pompa, pistole e carabine, ognuna ricaricata con diversi tipi di munizioni. Il problema principale con le armi, parafrasando una citazione famosa, è che “se l’uomo con mitraglietta incontra uomo con fucile d’assalto, l’uomo con mitraglietta è un uomo morto”, praticamente nel 90% dei casi. Insomma, per quanta “skill” possa avere un giocatore, esisterà sempre una categoria di armi migliore che determinerà quasi nettamente il vincitore in uno scontro a fuoco. Tante, troppe armi diventano inutili superate le primissime fasi di gioco, creando, in maniera indiretta, un “livello” per le armi pari a quello per le armature: l’UZI è spazzatura in confronto al Vector, l’S1897 è irrilevante contro l’S12K, il Tommy è inutile se qualcuno ha un AKM, e c’è una leggera competizione solo nel campo delle carabine e delle pistole. Questo avviene, principalmente, perché le armi si differenziano solo per i parametri (danno, rateo, distanza, ecc.) e per il tipo/numero di accessori che possiamo attaccarci, e di conseguenza avremo armi “più forti” e armi “più deboli”, o addirittura intere categorie come pistole e armi corpo a corpo relegati al ruolo di “ripiego”, nel migliore dei casi.

In campo aperto, poi, le cose si accentuano, e qui armi come mitragliette e fucili a pompa arrivano a soffrire ancora di più, con l’unica speranza di ritrovarsi a finire in zone notevolmente chiuse e approfittare del rateo o del burst damage che queste armi possono offrire. La conclusione è che a dominare sono fucili d’assalto e carabine, soprattutto quest’ultime vi regaleranno tante soddisfazioni (o sonore imprecazioni, dipende “da che lato del proiettile vi troviate”) grazie alla natura eccessivamente aperta delle mappe di gioco. Purtroppo questa limitatezza è il prezzo da pagare per la linearità del sistema di gioco, basato su semplici parametri numerici e non su “caratteristiche” peculiari di arma in arma o categoria in categoria. Perché non rendere le mitragliette più efficaci contro le corazze? Perché non dare la possibilità di utilizzare due pistole contemporaneamente? Perché non inserire una meccanica di ricarica velocizzata per i fucili a pompa? Il perché è semplice: “scelte di game-design”. Se a questo uniamo anche le circa 43 variabili di randomizzazione del rinculo (inserite probabilmente per combattere macro e affini), capiamo bene che fucili d’assalto e carabine, rigorosamente settate a colpo singolo, sono le uniche scelte valide per affrontare al meglio ogni sessione di gioco. Ben presto imparerete che una AKM oggi è molto meglio di una UMP domani, fidatevi.

Potato power

A livello tecnico, PUBG può essere riassunto con due termini: spartano e concreto. La versione 1.0 ha leggermente attenuato il valore del primo aggettivo, abbellendo interfaccia di gioco e menù, che rimangono comunque basilari e poco inclini a fronzoli o quant’altro. La grafica generale è ancora più concreta, con un colpo d’occhio decisamente notevole, ma nulla che faccia gridare al miracolo, mentre parlare di solidità del motore di gioco è decisamente meno facile: il titolo è stato testato personalmente su due macchine da gaming diverse (Ryzen 7 1700, RX580 4GB, 16GB RAM@3200MHz, SSD – 2600k, GTX950 2GB, 8GB RAM@1333MHz, SSD), con risultati tutto sommato soddisfacenti su entrambi (90+ con settaggi alti/ultra sulla prima e 60 fissi con settaggi misti sulla seconda), ma con la difficoltà di delineare una vera e propria “macchina consigliata” per le varie richieste dei giocatori. Il titolo dopo varie iterazioni riesce a godere sia di processori multi-core, sia della mera potenza bruta delle nostre schede grafiche, anche se c’è ancora del lavoro da fare sull’ottimizzazione di come venga sfruttata quest’ultima, che spesso viaggia a ritmi forsennati, mettendo alla frusta il relativo sistema di raffreddamento, e in generale, soprattutto in presenza di hardware di elevato calibro, il gioco dovrebbe decisamente dare molto di più. Per fortuna, PUBG è comunque uno di quei giochi che si gioca ugualmente bene con dettagli al minimo, anche se il livello qualitativo di alcuni dei filtri e di altri elementi renderizzati (ombre e fogliame in primis) hanno visto un livello qualitativo, a impostazioni minime, forzatamente aumentato per evitare “favoreggiamenti visivi”: con l’aumentare dunque della potenza richiesta, però, vi è stato in risposta un discreto lavoro di compensazione, mantenendo così i requisiti minimi praticamente identici. Nonostante la semplicità di texture e quant’altro, invece, avere RAM in abbondanza (12-16GB) vi aiuterà molto a combattere pop-up o rallentamenti da resources-streaming.

Passando al lato meramente artistico, il gioco non spicca per originalità o quant’altro, vuoi per lo stile generale vuoi perché si cerca di ridurre al minimo le distrazioni. Le animazioni sono buone, e volutamente “lente” per evitare due delle piaghe (pardon, “tecniche sopraffine” /s) del mondo degli sparatutto, ovvero “AD spam” e “bunny hop”, ma in generale tutto il sistema di gioco tende a restituire un feeling lento (nel senso buono), pesante e ragionato. Avrei solo gradito qualche animazione extra in più, una sorta di ruota con cui scegliere delle emote per indicare ad esempio un punto, segnalare una richiesta di regroup, o altri tipici gesti militari per comunicare coi compagni senza ricorrere alla chat vocale di gioco.

A livelli alti, il sistema di illuminazione e i particellari sono ben tarati, così come le texture di personaggi e relativo abbigliamento. Per quanto riguarda invece il comparto sonoro, gioie e dolori: la campionatura è buona, non siamo ai livelli di un Battlefield in modalità Nastri di Guerra, per intenderci, ma comunque più che sufficiente. Il vero problema è che spesso tutto risulta ripetitivo, quasi in loop, ma quello che da più fastidio è l’inconsistenza della direzionalità degli effetti sonori: vi capiterà di sentire passi di qualcuno camminare due piani sopra di voi e magari non avvertire minimamente qualcuno alle vostre spalle, o rumori di veicoli che scompaiono completamente dopo una certa distanza invece di seguire una sfumatura graduale. Ritroveremo questo dilemma anche negli scontri a fuoco, con la diffusione dello sparo che spesso non coincide con la direzione esatta da cui il colpo è stato esploso. Eccessiva foga di realismo o blanda implementazione? Qualunque sia la risposta, il titolo rimane comunque giocabile, ma era giusto riportare questa seppur marginale problematica, in memoria di tutte le cuffie erroneamente uccise dall’iracondo giocatore.

Winner winner chicken dinner!

PUBG è uno di quei titoli che nonostante i difetti, preso nella giusta ottica, diverte e porta in un circolo vizioso da cui è difficile uscire. Parlare di titolo perfetto è complesso e fazioso, per i frequenti problemi di lag-spikes, per l’attuale quantità di modalità e contenuti, e perché è difficile pensare che questo possa seriamente essere l’apice per il genere (con giochi come Fortnite o Project Darwin che stanno già sperimentando nuove vie). La natura randomica e l’attuale bilanciamento rende anche difficile immaginare una concezione eccessivamente competitiva o (e)sportiva per il titolo, ma abbiamo spesso visto titoli meno idonei ottenere successo da questo punto di vista, e la base di partenza qui è comunque solida.

Insomma, più o meno come COD anni fa, PUBG non si candida ad essere il non plus ultra del genere, bensì l’attuale standard. Dopo aver lievemente rielaborato e consolidato i dogmi del genere, il titolo ha decisamente settato l’asticella per quanto riguarda la qualità media dei giochi a sfondo battle royale, rendendo tutti le iterazioni precedenti obsolete (sorry H1Z1). Se nel futuro i ragazzi della PUBG Corp avranno il coraggio di osare, e di idee di fondo ce ne sarebbero a palate, ci ritroveremo probabilmente a parlare di una vera e propria leggenda videoludica. In ogni caso, per il momento, il vantaggio reale di PUBG è di essere come quelle ragazze non bellissime, ma che piace! Quindi i competitor sono avvertiti, il trono è occupato! Lunga vita al re! Lunga vita alla Dacia! Sia lodato RNGesus!

Playerunknown's Battlegrounds

Playerunknown's Battlegrounds
7.6

Gameplay

7.2 /10

Grafica

7.2 /10

Sonoro

6.5 /10

Ambientazione

7.0 /10

Longevità

10.0 /10

Pro

  • Una partita tira l'altra
  • Community numerosa
  • Prezzo accessibile
  • Gameplay solido...

Contro

  • ... ma limitato!
  • Ormai 1.0 non ha più lo stesso valore di un tempo
  • Lag spikes violenti

Leonardo Scarfò

Appassionato di videogiochi da una vita, li considera la massima forma d'arte e di intrattenimento. Come un bambino che smonta i suoi giocattoli, cerca sempre di capire cosa c'è dietro la magia che avviene a schermo.

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