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Cuphead – Prendersi a testate per far cin-cin – Recensione

Dopo qualche anno extra d’attesa, è ormai da un po’ di tempo disponibile Cuphead, titolo sviluppato e distribuito dallo Studio MDHR. Appartenente al genere platform, si pone in quella sotto-categoria di giochi che rendono da anni i più accaniti giocatori dei potenziali detentori del Guinnes World Record per tastiere spaccate a pugni, TV sfondate a testate e del lancio del controller. Se non si fosse capito, Cuphead è un titolo difficile, ed è anche fiero di esserlo! Che il vostro compagno di imprecazione sia il calendario, o la sempreverde lista di sinonimi della parola “meretrice”, non fa differenza: si parte con la recensione completa, dove elencheremo pregi, difetti e picchi di eccellenza!

Eccellenze

La trama di Cuphead può essere comodamente riassunta in: “due tazzine accumulano un cospicuo debito di gioco con nientepopodimeno che il diavolo in persona, e per risarcirlo si troveranno a raccogliere per suo conto le anime degli altri debitori sparsi per l’isola”. Ci sono piccole sfumature, ci sono piccoli dettagli, ma parliamo di un elemento marginale e che servirà solo da pretesto per farci fare a botte con tutto quello che ci troveremo davanti. E parliamoci chiaro, non è di certo la trama a costituire la prima eccellenza di questo gioco, quanto le scelte artistiche e l’ambientazione. Se quest’ultima infatti controbilancia perfettamente, con un’ottima caratterizzazione, l’assenza di un costante e solido intervento narrativo, è l’estetica stessa a far da colonna portante all’intero titolo.

È inutile girarci intorno: Cuphead è un gioco bello, una gioia per gli occhi, un esercizio di stile che vi sbatte in faccia, come un babbuino in calore, l’immenso talento di tutti gli artisti che lo hanno realizzato. La “scuola anni 30” è riprodotta in maniera maniacale, con tratti e filtri catapultati ai giorni nostri in maniera sapiente e mai invadente, e una tecnica di animazione che ricalca perfettamente quella tipica dei tempi che furono, con tutte le migliorie derivanti dal perentorio progresso tecnologico. Siete fan dell’epoca? Godete. Non lo siete? Credetemi, lo diventerete, perché Cuphead è una di quelle opere così totali che non lascia adito a dubbi e discussioni, nemmeno ai peggiori detrattori.

Ma cosa rende speciale il comparto artistico di Cuphead, oltre a ciò che è già stato citato? Molto semplice: il fatto che tutto, e intendo TUTTO, trasudi carisma e vita da ogni singolo dannato pixel. Anche il più insignificante elemento di gioco sembra essere frutto di attenta premeditazione, dall’albero sullo sfondo al tipo di nemici che popolerà i livelli, dando un filo logico a quello che potrebbe essere facilmente definito “un mondo di ordinaria follia”. I boss fight sono poi qualcosa di eccezionale: ognuno dei nostri avversari racconta una propria storia senza dover proferire alcuna parola, e le trasformazioni che questi effettuano durante le battaglie sono non solo esilaranti (e anche deliranti…), ma hanno quel nonsoché di speciale che rende l’intera esperienza epica e indimenticabile. È la parte più difficile della recensione, descrivere qualcosa di indescrivibile e che andrebbe solo provato, ma si può riassumere facilmente con le 3 fondamentali caratteristiche del mondo videoludico: fantasia, immersione e magia.

Ma siamo pur sempre nel capitolo delle eccellenze, e non può assolutamente concludersi senza un paragrafo dedicato alla colonna sonora. Concedetemi una formalità probabilmente poco consona in sede di recensione: “la colonna sonora… oh mio Dio la colonna sonora!”. Non servirebbe aggiungere altro, se non che ci sono poche cose ad essere coerenti col contesto e allo stesso tempo qualitativamente eccellenti come il comparto sonoro di Cuphead. Riuscire a riprendere un determinato stile, renderlo credibile e soprattutto appetibile senza sembrare “forzato”, è un’impresa titanica al pari di quella compiuta col comparto grafico: bella, orecchiabile, con motivetti che si incastreranno nella prima fessurina libera del vostro cervello, e brani che canticchieremo con estrema goliardia sotto la doccia.
Per concludere, il comparto artistico di Cuphead è frutto di uno di quei mix che, se non sei già un maledetto hipster, beh… prepara mocassino e calzino zio!

Pregi

Passando ai pregi, direi che è il caso di parlare assolutamente del gameplay. La colonna portante è un concetto molto caro ai giocatori di vecchia data: il famosissimo trial and error. La sconfitta è infatti un elemento fondamentale in Cuphead, poiché è l’unico modo per ottenere informazioni sugli avversari che stiamo affrontando, man mano che questi cambiano pattern d’attacco. Pregio incredibile è il fatto che lo stesso boss, nella stessa fase/trasformazione, può comunque utilizzare tecniche offensive diverse, diversificandosi dunque man mano che ripetiamo il combattimento alla ricerca della tanto agognata vittoria.

Il sistema di gioco è in generale molto semplice: si salta, si spara, si scatta (dash) e si accumula energia per utilizzare attacchi speciali e “supremi” (alla stregua dei picchiaduro, per intenderci). Per effettuare quest’ultimi, servirà accumulare, come già detto, energia, attraverso una tecnica denominata “Parry”, che ci permette, col giusto tempismo, di abbattere alcuni nemici o elementi di gioco (contrassegnati dal colore rosa) e di riempire pian piano la nostra barra dedicata agli attacchi speciali.

A disposizione del giocatore, ci sono anche charm (bonus passivi) ed armi speciali, acquistabili nel negozio con le monete raccolte precedentemente nei livelli. Anche se a prima vista possono sembrare pochi, il pregio di questi oggetti è quello di mutare completamente l’esperienza di gioco, e di permettere al giocatore stesso di trovare la combinazione che si adatta meglio al suo stile gioco. Inoltre, con la giusta combinazione di charm e armi, le boss fight possono essere affrontate in maniera molto più efficace, anche questo un pregio da non sottovalutare per eventuali speedrunner o per coloro alla ricerca del punteggio perfetto.

Difetti

È dunque tutto oro quello che luccica? Quasi, quelle due tazzine sono davvero scintillanti, ma c’è comunque qualche macchia al loro interno. In primis la difficoltà: non sono qui per dirvi che l’elevata difficoltà di questo gioco è un difetto, tutt’altro. In realtà, il difetto è che con le armi e gli charm giusti, questa cala vertiginosamente, al punto che battere un boss passa da una lunga tragedia a una questione di 1-2 minuti al massimo. Al momento Charge e Chaser sono due scelte quasi obbligate nel campo offensivo, con Smoke Bomb o Coffee ad accompagnare in quello charm. Il bilanciamento non è dunque eccezionale, ma se non vi interessa il setup migliore e giocate per il puro gusto di farlo, dimenticate ciò che avete appena letto e passiamo oltre.

Il gioco può essere affrontato da due giocatori, che è più facile da descrivere come “con un giocatore in più”: a parte la meccanica di poter riportare in vita lo spirito del proprio compagno tramite parry, nulla di più, se non consideriamo del semplice 2x alla vita dei boss. Anche questo potrebbe essere un non difetto, se non cercate meccaniche di gioco particolari, ma è un ottima introduzione per quello che un difetto lo è davvero: lo scarso contrasto tra elementi di gioco e di fondo. Ho già decantato le lodi del comparto artistico, e non rimangio nulla di ciò che ho detto: a risentirne però è il gameplay, poiché spesso il tutto risulta “impastato”, e in quell’inferno a schermo non sarà semplice cogliere sempre cosa va evitato e cosa no. Inoltre, tenendo l’interfaccia al minimo per motivi estetici, la difficoltà di reagire a ciò che ci si presenta sullo schermo raddoppia con la presenza del secondo giocatore: tenere d’occhio il colore dei pantaloncini tra proiettili e quant’altro non sarà un’impresa così semplice.

Un’altra cosa da considerare sono gli hitbox. Il gioco offre sia maschere di collisione che seguono il bounding box dell’oggetto in questione, sia altre di tipo “pixel perfection”. Nella maggior parte dei casi, però, queste cambiano in tempo reale in base all’animazione che devono seguire, risultando a volte (fortunatamente in maniera sporadica) in hit impreviste e, in caso di accelerazione brusche dei “due oggetti” che si scontrano, in fastidiosi glitch (casi più unici che rari, tengo a precisare).

Piccola annotazione, è che la quasi totalità del gioco è composta da boss fight, con solo pochi livelli giocabili in maniera più classica. Preferisco denominarla appunto annotazione e non difetto, poiché nonostante non sia mai stato dichiarato che il gioco fosse un platform classico (livello, livello, livello, boss, livello…), molti giocatori potrebbero comunque rimanere spiazzati dalla gestione della progressione del gioco.

Detto ciò, possono questi ultimi elementi rovinare l’esperienza di gioco e il valore assoluto del titolo in questione? Assolutamente no, anzi, è ciò che lo rende migliore, perché lo rende “umano”. Non importa se la longevità non è solidissima e se la difficoltà è estremamente variabile, Cuphead è un’esperienza da provare. Non ho volutamente parlato di alcun personaggio di gioco o in particolare dell’ambientazione, perché sarebbe una cattiveria anticiparvi anche il minimo dettaglio, fidatevi.
In conclusione, siamo al cospetto di un titolo che nel bene e nel male, ha lasciato un marchio indelebile nella storia dei videogiochi, diventandone una pietra miliare, un titolo di cui parleremo quando saremo vecchi decrepiti, e che lascerà segni profondi anche sulle nostre nocche e sulle nostre periferiche di gioco preferite!

Cuphead

Cuphead
88.2

Trama e ambientazione

8/10

    Gameplay

    8/10

      Grafica

      10/10

        Sonoro

        10/10

          Longevità

          8/10

            Pro

            • Artisticamente eccellente
            • Una pietra miliare nel panorama videoludico

            Contro

            • Hitbox non sempre al top
            • Modalità a due giocatori un po' confusionaria (più del normale)

            Leonardo Scarfò

            Appassionato di videogiochi da una vita, li considera la massima forma d'arte e di intrattenimento. Come un bambino che smonta i suoi giocattoli, cerca sempre di capire cosa c'è dietro la magia che avviene a schermo.

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