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Death Note – Il quaderno della morte. Dal manga al live-action targato Netflix.

Fin dal primissimo trailer di Death Note, pochissimi dettagli sembravano appartenere all’opera nipponica, perciò i moltissimi fan del manga ideato da Tsugumi Ōba, nonché dell’anime, hanno subito accusato il progetto di whitewashing. In realtà la critica al lungometraggio diretto da Adam Wingard è fuori luogo, il regista difatti ha dichiarato che il prodotto audiovisivo avrebbe avuto moltissimi cambiamenti, a causa dell’occidentalizzazione della pellicola. Se dovessimo solo pensare alla complessità dell’opera originale, il live-action di Wingard sarebbe un totale fallimento, perché la sceneggiatura è lontanissima dall’opera orientale; perciò questa sarà una recensione e non un confronto tra due opere agli antipodi.

Light è un ragazzo invaso dalla solitudine, non ha amici e non riesce a dimenticare la morte della madre; per puro caso trova un quaderno che gli cambierà la vita, trasformandolo in “Dio” e “Diavolo” al tempo stesso. Il quaderno permette a Light di uccidere qualsiasi essere vivente, conoscendo il volto e il nome della persona; a causa di questo potere si troverà a fronteggiare Elle, un noto detective con abilità cognitive sopra la media. Il protagonista del lungometraggio è davvero poco carismatico, vorrebbe essere una sorta di giustiziere divino, ma non riesce a trasmettere le potenziali sfaccettature; Nat Wolff a causa della poca esperienza attoriale non riesce a incarnare ciò che poteva essere il suo personaggio.

Il cuore della pellicola è la tematica della moralità, la relazione tra bene e male; pur essendoci spunti interessanti, il regista non scava nell’animo personaggi, perciò appaiono spesso fuori luogo nella narrazione e questo è davvero un peccato. Gli altri comprimari hanno psicologie accennate anche a causa della durata breve del prodotto, solo Ryuk è quanto meno soddisfacente grazie a Willem Dafoe. La messa in scena complessiva si difende bene, con una fotografia soddisfacente dai colori cupi descrivendo l’atmosfera della vicenda; anche Adam Wingard alla regia non ha grosse difficoltà, anche se ci saremmo aspettati di più.

In conclusione come prodotto estraneo all’opera originale, il lungometraggio è davvero mediocre; vorrebbe raccontare dilemmi morali, onnipotenza divina, libero arbitrio, ma non riesce a causa della sceneggiatura imbarazzante e di qualche scelta di casting sbagliata. Death Note – Il quaderno della morte è un lungometraggio inutile, meglio organizzare un rewatch dell’anime per dimenticare questa visione insignificante dell’opera nipponica.

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