Originariamente pubblicato su PC nel 2021 e successivamente arrivato anche in versione VR su PC nel 2022, The Shore torna nel 2026 con la Enhanced Edition, sviluppata da Dragonis Games e pubblicata da Iphigames, disponibile dal 30 aprile su PlayStation 5 e Xbox Series X|S, oltre alla versione PC già esistente. Noi abbiamo affrontato questa nuova edizione su PlayStation 5, tornando sulle coste di un’isola sperduta dove l’orrore cosmico di matrice lovecraftiana rappresenta il cuore dell’intera esperienza. Nei panni di Andrew, un padre alla ricerca della figlia scomparsa, ci ritroviamo su una terra apparentemente deserta, circondata da relitti, rovine e strani manufatti, dove ben presto diventa evidente che dietro la scomparsa della ragazza si nasconde qualcosa di molto più grande e incomprensibile. L’idea di partenza è semplice ma efficace: trasformare una ricerca personale in una discesa progressiva verso gli abissi della mitologia di H.P. Lovecraft.
Il primo impatto con The Shore è probabilmente anche quello più riuscito. L’isola trasmette immediatamente una sensazione di isolamento e inquietudine, grazie a un’atmosfera costruita attraverso cieli plumbei, coste battute dal vento, strutture abbandonate e una fotografia dominata da tonalità fredde e desaturate. Il mare, che dovrebbe rappresentare un elemento rassicurante e familiare, diventa invece una presenza minacciosa, un confine naturale oltre il quale sembra nascondersi qualcosa che non dovrebbe appartenere al nostro mondo.
È proprio l’ambientazione a rappresentare il principale punto di forza della produzione di Ares Dragonis. L’isola riesce a essere affascinante anche quando non accade nulla, e in diversi momenti ci siamo ritrovati a esplorare semplicemente per scoprire cosa si nascondesse oltre la prossima collina, dietro una costruzione abbandonata o in fondo a un sentiero. La cura dedicata agli scenari è evidente e, soprattutto considerando la natura indipendente del progetto originale, alcune visuali riescono ancora oggi a restituire un impatto notevole.
Il problema è che questa buona impressione iniziale non viene accompagnata da una progressione narrativa altrettanto efficace. The Shore parte infatti da un presupposto potenzialmente molto interessante: un padre disperato che cerca la propria figlia all’interno di un luogo completamente estraneo alla realtà conosciuta. Nei primi minuti il gioco riesce a sfruttare bene questa premessa, lasciando che siano l’ambiente, i messaggi e i pochi indizi disseminati lungo il percorso a costruire lentamente il mistero.

Più ci addentriamo nell’isola, però, più il gioco sembra perdere il controllo della propria narrazione. Quello che inizialmente appare come un viaggio personale e inquietante si trasforma progressivamente in una sorta di enciclopedia interattiva dei Miti di Cthulhu, nella quale sembra esserci il desiderio di inserire quante più creature, divinità, riferimenti e situazioni lovecraftiane possibile. Il problema non è certamente la quantità di citazioni, ma il modo in cui vengono utilizzate: invece di aumentare il senso di mistero, finiscono spesso per ridurlo.
L’orrore cosmico funziona quando l’essere umano percepisce qualcosa di troppo grande per essere compreso, quando l’ignoto rimane parzialmente nascosto e la nostra immaginazione è costretta a completare ciò che non vediamo. The Shore segue invece una strada differente, mostrando progressivamente moltissimi dei propri elementi più spettacolari. Gigantesche creature, dimensioni alternative e manifestazioni soprannaturali diventano così parte integrante del paesaggio, perdendo in parte quella sensazione di eccezionalità che avrebbe potuto renderle realmente inquietanti.
Nonostante questo, alcune apparizioni funzionano molto bene proprio grazie al comparto artistico. Il design delle creature è spesso riuscito e riesce a combinare forme umanoidi, tentacoli e anatomie impossibili con una certa efficacia. Non siamo davanti a mostri particolarmente originali sotto il profilo concettuale, ma la loro realizzazione visiva è sufficientemente convincente da lasciare il segno. Quando il gioco riesce a dosare queste presenze senza trasformarle in semplici elementi scenografici, l’atmosfera torna a essere quella che ci aveva conquistati nelle prime fasi.

Sul piano del gameplay, The Shore rimane invece profondamente legato alla propria natura di walking simulator. L’esplorazione rappresenta il fulcro dell’esperienza e per buona parte dell’avventura ci limiteremo a camminare attraverso l’isola, raccogliere oggetti, osservare l’ambiente e cercare di capire come raggiungere la zona successiva. Non è necessariamente un difetto: esistono ottimi esempi di horror costruiti quasi esclusivamente sulla scoperta e sull’atmosfera. Il problema è che The Shore non sempre riesce a dare sufficiente varietà alle proprie attività.
Gli enigmi ambientali rappresentano il principale elemento capace di interrompere la semplice esplorazione, ma anche in questo caso non ci troviamo davanti a sfide particolarmente impegnative. Alcuni richiedono semplicemente di recuperare determinati oggetti e inserirli nel posto corretto, mentre altri ci chiedono di interagire con meccanismi o individuare la sequenza necessaria per proseguire. In generale, la difficoltà è molto contenuta e raramente un puzzle riesce a bloccare davvero il giocatore.
A creare qualche problema non è tanto la complessità degli enigmi, quanto la loro logica. In alcune occasioni è necessario procedere per tentativi oppure comprendere cosa lo sviluppatore si aspetti che facciamo senza che l’ambiente fornisca indicazioni sufficientemente chiare. Questo porta a una situazione paradossale: gli enigmi sono semplici una volta compresi, ma possono risultare fastidiosi proprio perché non sempre comunicano adeguatamente la soluzione.

Anche alcune scelte legate alla progressione risultano discutibili. Il protagonista non dispone fin dall’inizio di tutte le normali possibilità di movimento e determinate azioni vengono sbloccate solamente quando il gioco decide che devono diventare disponibili. Si tratta di una soluzione che, invece di arricchire la progressione, finisce per sembrare artificiale, soprattutto perché non esiste una vera ragione narrativa che giustifichi questa limitazione.
La situazione cambia sensibilmente nella seconda metà, quando l’esperienza introduce elementi più propriamente action. Andrew ottiene infatti un artefatto che permette di affrontare alcune delle creature incontrate lungo il percorso, mentre il gioco comincia a proporre sequenze nelle quali dobbiamo correre attraverso ambienti labirintici cercando una via d’uscita mentre qualcosa ci insegue.
L’introduzione del combattimento avrebbe potuto rappresentare una svolta importante, ma anche qui le meccaniche rimangono piuttosto basilari. L’artefatto non trasforma Andrew in un combattente e molti nemici non possono essere affrontati direttamente. Nella maggior parte dei casi l’obiettivo è semplicemente creare una finestra sufficiente per allontanarsi, mantenere le distanze e raggiungere il punto successivo. L’idea è coerente con la volontà di mantenere il protagonista vulnerabile, ma non aggiunge una profondità particolarmente significativa al gameplay.
Le sequenze di fuga, inoltre, possono risultare più frustranti che realmente terrorizzanti quando il level design non riesce a comunicare chiaramente la direzione da seguire. In un gioco nel quale l’orientamento rappresenta già una parte importante dell’esperienza, trovarsi inseguiti all’interno di un ambiente labirintico senza capire immediatamente dove andare può trasformare la tensione in semplice irritazione.
La Enhanced Edition prova comunque a migliorare il comparto tecnico e visivo dell’esperienza originale, e su PlayStation 5 il risultato è generalmente gradevole. L’isola è ricca di dettagli, le strutture abbandonate sono convincenti e le creature sono realizzate con una buona attenzione al design. Anche il comparto sonoro svolge un ruolo importante, con musiche e rumori ambientali che contribuiscono a costruire quella sensazione di isolamento che rappresenta uno degli elementi meglio riusciti dell’intera produzione.
Non tutto, però, appare rifinito allo stesso livello. Durante la nostra prova abbiamo riscontrato alcune imperfezioni tecniche e piccoli problemi di collisione che ricordano inevitabilmente la natura originariamente indipendente del progetto. Per una versione presentata come Enhanced Edition sarebbe stato lecito aspettarsi un lavoro di rifinitura più incisivo, soprattutto considerando che l’obiettivo della riedizione dovrebbe essere anche quello di correggere le debolezze della produzione originale.

Il problema principale di The Shore, tuttavia, non è tecnico. È il divario tra quello che il gioco sembra voler raccontare e quello che effettivamente riesce a costruire. Le premesse sono valide, l’ambientazione è affascinante e alcune immagini rimangono impresse, ma la narrazione perde progressivamente il proprio centro. La ricerca della figlia dovrebbe rappresentare il cuore emotivo dell’avventura, mentre con il passare delle ore diventa quasi un pretesto per accompagnarci da una manifestazione lovecraftiana all’altra.
Anche il finale non riesce completamente a ricomporre quanto visto durante il viaggio. Le numerose suggestioni accumulate nel corso dell’avventura avrebbero bisogno di una conclusione capace di dare loro un significato più preciso, mentre il risultato lascia una sensazione di incompletezza. Non è necessariamente un problema il fatto che una storia lovecraftiana lasci alcune domande senza risposta, ma in questo caso sono proprio alcuni elementi fondamentali della narrazione a non ricevere una conclusione sufficientemente soddisfacente.
The Shore: Enhanced Edition rimane quindi un prodotto difficile da inquadrare. Da una parte abbiamo un’opera che dimostra una notevole passione per l’immaginario lovecraftiano e che riesce a creare ambientazioni affascinanti, creature inquietanti e alcune sequenze capaci di trasmettere realmente un senso di alienazione. Dall’altra troviamo un gameplay estremamente semplice, enigmi poco impegnativi, una progressione talvolta artificiale e una storia che, proprio quando avrebbe bisogno di diventare più compatta, finisce per disperdersi tra riferimenti e citazioni.

La versione PlayStation 5 rappresenta comunque un’occasione per riscoprire un progetto indipendente nato diversi anni fa e caratterizzato da una forte identità visiva. Chi cerca un horror fortemente orientato all’esplorazione e non pretende un sistema di gioco profondo potrebbe trovare qualcosa di interessante nell’esperienza, soprattutto nelle prime fasi. Chi invece si aspetta un’avventura capace di sfruttare fino in fondo le proprie premesse narrative e di trasformare l’universo di Lovecraft in qualcosa di personale rischia di rimanere più deluso.
The Shore aveva tutte le carte per costruire un’esperienza lovecraftiana più incisiva di quella che abbiamo effettivamente ricevuto. La sua atmosfera, alcune ambientazioni e il design delle creature dimostrano che la materia prima era interessante, ma l’eccesso di riferimenti, una struttura ludica troppo essenziale e una narrazione che perde progressivamente coesione impediscono al gioco di raggiungere il livello che le sue premesse lasciavano intravedere. La Enhanced Edition migliora la confezione, ma non risolve completamente i problemi strutturali dell’avventura. Rimane così un viaggio interessante sulle coste dell’orrore cosmico, ma uno che avrebbe avuto bisogno di maggiore equilibrio per lasciare davvero il segno.
*Versione testata: PS5, grazie ad un codice fornito dal publisher.







