Sviluppato da Evil Empire, lo studio che ha contribuito alla realizzazione di Dead Cells, e pubblicato da Ubisoft, The Rogue Prince of Persia è arrivato nella sua versione 1.0 il 21 agosto 2025 su PlayStation 5, Xbox Series X|S e PC, dopo un lungo periodo di accesso anticipato su PC, per approdare successivamente anche su Nintendo Switch e Nintendo Switch 2 nel dicembre dello stesso anno. Noi lo abbiamo provato su PlayStation 5, ritrovandoci nuovamente nei panni del Principe in una versione completamente diversa da quelle che abbiamo imparato a conoscere nel corso degli anni. Questa volta la serie abbandona la struttura tradizionale dell’action adventure per abbracciare il genere roguelite, mettendo al centro della propria esperienza combattimenti veloci, esplorazione, parkour e una progressione costruita attorno alla ripetizione delle partite. Una scelta che, sulla carta, avrebbe potuto sembrare rischiosa per una serie con una storia così importante, ma che Evil Empire riesce a trasformare in una delle interpretazioni più interessanti del franchise degli ultimi anni.
La premessa narrativa è relativamente semplice. Il Principe si trova a Ctesifonte, capitale dell’Impero Persiano, mentre l’esercito degli Unni invade la città sotto l’influenza di una misteriosa magia sciamanica. Il nostro compito è cercare di fermare l’avanzata nemica e scoprire cosa si nasconde dietro questa minaccia, sfruttando un misterioso artefatto che permette al protagonista di tornare indietro nel tempo ogni volta che viene sconfitto. La morte, quindi, non rappresenta la fine della partita, ma una parte integrante della storia e della struttura ludica.
È proprio questo elemento a permettere al gioco di giustificare narrativamente la natura roguelite. Ogni caduta ci riporta all’Oasi, il nostro hub principale, da cui possiamo ripartire per affrontare nuovamente i territori occupati dagli Unni. Ma ogni tentativo non è semplicemente una ripetizione del precedente: possiamo scoprire nuovi personaggi, informazioni, equipaggiamenti, percorsi e possibilità di crescita. Il ciclo morte, ritorno e nuova partenza diventa quindi parte integrante del viaggio del Principe, invece di essere percepito come un semplice espediente necessario a sostenere il genere.

Il risultato è una struttura che funziona sorprendentemente bene. The Rogue Prince of Persia non cerca di nascondere la propria natura roguelite, anzi la utilizza per costruire il ritmo dell’avventura. Una partita può iniziare con l’intenzione di arrivare il più lontano possibile, ma può trasformarsi rapidamente in un’esplorazione alla ricerca di nuove risorse o di un determinato potenziamento. Possiamo scegliere di attraversare velocemente un’area per raggiungere l’uscita oppure esplorarla completamente, rischiando di affrontare ulteriori nemici in cambio di nuove ricompense.
Ed è proprio l’esplorazione a rappresentare uno degli aspetti più riusciti dell’esperienza. I livelli sono generati proceduralmente, ma non sembrano semplicemente assemblati senza criterio. Ogni area possiede una propria identità visiva e una struttura che sfrutta in maniera intelligente le capacità acrobatiche del protagonista. Dalle zone acquatiche dell’Acquedotto in Rovina alle ambientazioni più imponenti della Grand Academy, attraversare il mondo di gioco è quasi sempre un piacere.
Il motivo principale è naturalmente il movimento. Evil Empire ha dimostrato con Dead Cells di conoscere perfettamente il ritmo necessario per costruire un platform action efficace, ma con The Rogue Prince of Persia porta questa componente ancora più al centro dell’esperienza. Il Principe può correre sui muri, saltare, effettuare scatti a mezz’aria, agganciarsi alle sporgenze, saltare da una parete all’altra e utilizzare una serie di movimenti concatenati che permettono di attraversare gli ambienti con una fluidità impressionante.

La cosa più importante è che tutte queste possibilità non sembrano mai eccessive. Il numero di movimenti disponibili potrebbe far pensare a un sistema complesso da padroneggiare, ma i controlli sono estremamente reattivi e ogni comando viene recepito con precisione. Dopo poche ore iniziamo naturalmente a concatenare salti, wall run e dash senza dover pensare a ogni singola azione, trasformando il movimento in una sorta di danza continua.
È qui che The Rogue Prince of Persia riesce a distinguersi dalla maggior parte dei roguelite platform. Il movimento non è semplicemente uno strumento per raggiungere la stanza successiva: è una parte fondamentale del divertimento. Attraversare un livello nel modo più veloce ed elegante possibile diventa quasi una sfida personale, e quando una sequenza di salti viene eseguita perfettamente la soddisfazione è immediata.
Anche il combattimento segue la stessa filosofia. Il Principe dispone di un’arma principale, che possiamo sostituire durante le nostre run, e di strumenti secondari come archi, scudi e rampini. A questi si aggiungono medaglioni e trinket capaci di modificare significativamente le caratteristiche del personaggio e delle sue offensive.

Il combat system è rapido, fisico e soprattutto fortemente legato al movimento. Non siamo costretti a rimanere fermi davanti a un nemico per scambiare colpi: possiamo saltargli sopra, schivare, utilizzare le pareti, sfruttare le trappole presenti negli ambienti e persino calciare gli avversari contro determinati elementi dello scenario. Questa possibilità di trasformare l’ambiente in un’arma aggiunge una componente tattica che rende gli scontri molto più interessanti di quanto la loro semplicità iniziale potrebbe far pensare.
Il calcio, in particolare, è una delle meccaniche che meglio rappresentano la volontà degli sviluppatori di legare combattimento e platforming. Un nemico può essere spinto verso una trappola, un masso può essere lanciato contro un avversario per stordirlo e una semplice schivata può diventare l’occasione per saltare sopra il nemico e continuare la propria corsa. Il risultato è un sistema nel quale movimento e combattimento non sembrano due elementi separati, ma parti della stessa meccanica.
A rendere ogni run diversa contribuisce naturalmente la componente roguelite. Durante le nostre esplorazioni possiamo trovare nuove armi, medaglioni e trinket che modificano il comportamento del Principe e permettono di costruire configurazioni differenti. Alcuni aumentano i danni, altri introducono effetti elementali, altri ancora premiano specifiche azioni o modificano determinate abilità.
La possibilità di costruire combinazioni differenti è uno degli aspetti che rende difficile smettere di giocare. Una run può iniziare in maniera mediocre e trasformarsi progressivamente in una configurazione devastante grazie alla combinazione corretta di potenziamenti. Al contrario, possiamo anche ritrovarci con un equipaggiamento poco efficace e dover modificare completamente il nostro approccio per riuscire ad arrivare alla zona successiva.

La progressione permanente è stata inoltre gestita in maniera intelligente rispetto alle prime versioni in accesso anticipato. Attraverso diversi alberi delle abilità possiamo migliorare progressivamente il Principe tra una run e l’altra, sbloccando vantaggi permanenti come punti vita aggiuntivi, risorse iniziali e nuove possibilità che rendono le partite successive più accessibili. La crescita è volutamente lenta, ma ogni nuovo sblocco contribuisce a dare un significato alla morte precedente.
Questa è una caratteristica fondamentale per un roguelite: il giocatore deve sentire che anche una partita fallita ha lasciato qualcosa. The Rogue Prince of Persia riesce generalmente a ottenere questo risultato, anche se alcune progressioni richiedono parecchio tempo prima di diventare realmente significative. In determinati momenti la sensazione di avanzare lentamente può farsi sentire, soprattutto quando ci troviamo a ripetere più volte le stesse prime aree.
La ripetizione è infatti inevitabile e rappresenta uno degli elementi meno convincenti dell’esperienza. Sebbene le aree siano proceduralmente variabili, alcuni elementi degli ambienti e alcune situazioni tendono inevitabilmente a ripresentarsi. Per chi non ama la struttura roguelite, questa caratteristica potrebbe diventare rapidamente un ostacolo. Il gioco cerca di compensare attraverso nuove ricompense e la progressione narrativa, ma non sempre è sufficiente a eliminare completamente la sensazione di déjà-vu.

Anche il numero di boss non è particolarmente elevato. Gli scontri principali sono ben costruiti e richiedono di comprendere i pattern degli avversari, ma avremmo gradito una maggiore varietà. Considerando quanto sia divertente il sistema di combattimento, è quasi un peccato che il gioco non sfrutti maggiormente le proprie meccaniche attraverso un numero superiore di scontri capaci di metterle realmente alla prova.
La difficoltà è comunque ben calibrata. The Rogue Prince of Persia non è un gioco semplice, soprattutto nelle prime ore, ma raramente sembra voler punire il giocatore in maniera ingiusta. Quando subiamo un colpo, nella maggior parte dei casi comprendiamo immediatamente quale sia stato il nostro errore. È una caratteristica fondamentale per un titolo basato sulla ripetizione: dobbiamo percepire che la partita successiva può andare meglio perché abbiamo imparato qualcosa, non semplicemente perché il gioco ci ha concesso una combinazione casuale più favorevole.
La componente narrativa è un altro elemento che merita attenzione. Non siamo davanti a una storia particolarmente complessa, ma Evil Empire ha saputo inserire il racconto all’interno della struttura roguelite senza renderlo un semplice ostacolo tra una partita e l’altra. I personaggi incontrati all’Oasi contribuiscono progressivamente ad ampliare il contesto e le nuove informazioni raccolte durante le esplorazioni rendono il mondo più interessante.
Il Principe stesso è inoltre caratterizzato da una personalità piuttosto diversa rispetto a quella che potremmo aspettarci. È arrogante, ironico, impulsivo e spesso fin troppo sicuro delle proprie capacità. Questo contribuisce a rendere i dialoghi più leggeri e permette al gioco di non prendersi eccessivamente sul serio, nonostante la situazione narrativa sia tutt’altro che rassicurante.

Dal punto di vista artistico, The Rogue Prince of Persia è un titolo estremamente riconoscibile. Evil Empire ha scelto uno stile basato sulla cosiddetta clear line, caratterizzato da contorni netti, colori vivaci e un’estetica che richiama in maniera evidente l’illustrazione franco-belga. Il risultato è particolarmente efficace in movimento, perché le animazioni fluide del Principe si combinano con ambientazioni ricche di colori e dettagli.
È una direzione artistica che permette inoltre al gioco di distinguersi immediatamente all’interno del panorama roguelite. Non cerca di imitare l’estetica cupa di molti esponenti del genere e preferisce costruire un mondo luminoso, colorato e fortemente legato alla cultura persiana. La scelta non è soltanto estetica, ma contribuisce a dare al progetto una propria identità.
Anche il comparto musicale accompagna molto bene questa filosofia. La colonna sonora combina sonorità elettroniche moderne con influenze della musica persiana, creando un accompagnamento energico che sostiene perfettamente il ritmo delle fasi di combattimento e di esplorazione. Non è una musica che cerca di imporsi continuamente, ma riesce a mantenere una pulsazione costante che ben si adatta alla velocità del gameplay.
Su PlayStation 5 l’esperienza è generalmente molto fluida e i controlli restituiscono una precisione fondamentale per un titolo nel quale un singolo input sbagliato può compromettere una sequenza di movimenti. La versione console offre inoltre possibilità di rimappatura dei comandi e opzioni di accessibilità, aspetti particolarmente apprezzabili in un gioco che richiede una certa precisione manuale. Restano alcune piccole imperfezioni, tra cui tempi di caricamento tra determinate aree più lunghi di quanto ci si aspetterebbe e qualche problema occasionale nell’interfaccia, ma non sono elementi capaci di compromettere l’esperienza complessiva.

Un altro aspetto positivo è il modo in cui The Rogue Prince of Persia riesce a mantenere il senso di scoperta anche dopo numerose partite. Ogni nuova run può infatti rivelare una stanza che non avevamo visto, un personaggio, un’arma o un potenziamento differente. L’Oasi funziona come un punto di riferimento al quale tornare periodicamente, mentre il mondo esterno diventa progressivamente più familiare senza perdere completamente la propria capacità di sorprendere.
Il problema è che, rispetto ad altri esponenti del genere con anni di aggiornamenti alle spalle, la quantità complessiva di contenuti rimane più contenuta. È una differenza importante soprattutto per chi arriva da roguelite estremamente longevi. The Rogue Prince of Persia non cerca di diventare un’esperienza infinita e, sotto questo punto di vista, la sua struttura più compatta può essere persino un vantaggio. Ma significa anche che, una volta viste le principali aree e padroneggiate le meccaniche, la varietà può iniziare a diminuire.
Quello che rimane straordinariamente solido è però il cuore dell’esperienza. Anche dopo numerose morti, tornare all’Oasi e ricominciare una nuova partita continua a essere piacevole perché il semplice atto di muovere il Principe attraverso il livello è già di per sé divertente. È probabilmente il complimento più grande che si possa fare a Evil Empire: il gioco non deve necessariamente promettere una nuova ricompensa per spingerci a fare un’altra run. A volte basta la voglia di attraversare nuovamente un livello cercando di farlo meglio.
The Rogue Prince of Persia dimostra inoltre che l’etichetta roguelite può essere utilizzata senza sacrificare l’identità di una serie storica. Anzi, in questo caso è proprio la struttura del genere a permettere agli sviluppatori di valorizzare uno degli elementi più iconici del franchise: il movimento acrobatico. Il Principe è sempre stato un personaggio definito dalla sua capacità di correre sui muri, saltare e attraversare ambienti apparentemente impossibili, e qui questa caratteristica diventa il cuore stesso del gameplay.

Il risultato finale è un gioco che riesce a essere contemporaneamente un Prince of Persia e un roguelite senza sembrare semplicemente un prodotto dell’uno travestito da appartenente all’altro. Le influenze di Dead Cells sono evidenti, ma Evil Empire ha costruito attorno a esse una propria identità, sfruttando il parkour, l’ambientazione persiana e la narrativa per creare qualcosa di riconoscibile.
The Rogue Prince of Persia non è privo di difetti. Alcune aree avrebbero beneficiato di una maggiore varietà, i boss sono meno numerosi di quanto avremmo desiderato, la progressione permanente può risultare lenta e, dopo molte ore, la struttura roguelite mostra inevitabilmente qualche segno di ripetizione. Ma sono limiti che emergono soprattutto perché la base è estremamente solida e lascia la sensazione che con qualche contenuto aggiuntivo il gioco avrebbe potuto diventare ancora più ricco.
Evil Empire ha preso una delle saghe più riconoscibili della storia dei videogiochi e ha avuto il coraggio di cambiarne completamente la struttura senza dimenticare ciò che la rende speciale. The Rogue Prince of Persia è veloce, preciso, spettacolare e soprattutto divertente da giocare. Il parkour è probabilmente il suo elemento migliore, ma il sistema di combattimento, la progressione e la costruzione delle run riescono a sostenerlo senza mai sembrare semplici elementi accessori.
Su PlayStation 5, The Rogue Prince of Persia si conferma quindi un’eccellente interpretazione moderna del franchise e un roguelite capace di ritagliarsi uno spazio proprio all’interno di un genere ormai estremamente affollato. Non raggiunge la varietà dei titoli che hanno avuto anni per espandersi e perfezionarsi, ma ciò che propone funziona quasi sempre alla perfezione. Il Principe corre, salta, combatte, muore e torna indietro nel tempo, e noi siamo pronti a seguirlo ancora una volta.
*Versione testata: PS5, grazie ad un codice fornito dagli sviluppatori.







