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Dark Souls Remastered: Straight Outta Lordran – Recensione

Arcialberi, nebbie grigie e draghi eterni. Era tutto qui il mondo prima dell’arrivo del Fuoco, ma con il Fuoco cominciarono a distinguersi luci e ombre, caldo e freddo, i fanboy di Artorias e le persone intelligenti.

Ah, e poi vita e morte.

È in questo continuo ciclo di appassimento e rinascita che Dark Souls torna a trascinarci con forza, proponendo una versione rimasterizzata degli ormai anzianotti titoli anche sulle console di ultima generazione, Playstation 4, Xbox One e PC, in attesa dell’approdo per la prima volta anche su Nintendo Switch.

Sviluppato da From Software per la prima volta nel 2011, Dark Souls è stato il primo gioco della saga a fare breccia nel cuore degli appassionati del dark fantasy e a consacrare Hidetaka Miyazaki come uno dei creativi più stimati della scena contemporanea.

La storia del titolo, criptica e raccontata tramite una narrativa indiretta che sa affascinare come poche altre ci mette nei panni di un non morto, prescelto ma non troppo, che sbattuto nella mischia di un mondo morente dove l’era della luce sta gettando i suoi ultimi bagliori prima di venire soffocata dall’oscurità che suppura, sarà chiamato a fronteggiare gli araldi delle tenebre che brulicano per la terra una volta illuminata per raggiungere il cuore del regno di Lordran, la terra degli dei che per primi vincolarono il potere del Fuoco alla landa.

Facendosi strada per foreste che un tempo erano frutteti e rovine che un tempo furono cattedrali, il Chosen Undead dovrà alla fine compiere la sua scelta, decidendo se difendere la luce o favorire un oscurità che scoprirà essere in realtà assai lontana da un semplice concetto di Male.

Dark Souls Remastered, nella sua nuova veste sulle console di nuova generazione, ci aiuta a capire sin da subito in che maniera il primo capitolo della principale saga From Software sia invecchiato: tutti i giocatori che hanno vissuto gli episodi successivi della serie (Bloodborne compreso) si renderanno immediatamente conto dei passi in avanti riguardo al gameplay che questi avevano compiuto rispetto a DS1. Ancor di più i fan che si sono avvicinati alla saga solo con gli ultimi capitoli si accorgeranno di quanto Dark Souls sia un titolo di 7 anni fa, e di come la Remastered abbia mantenuto il suo spirito invariato.

Sin dal risveglio del nostro PG, saremo infatti chiamati a fare i conti con una legnosità, una lentezza e una pesantezza del nostro avatar che non avevamo certamente notato nel 2011, ma che oggi, nel 2018 è ben chiara e manifesta: questa particolarità, sulla quale così tanto hanno lavorato gli sviluppatori abbassa di fatto molto il ritmo di gioco rispetto a ciò a cui siamo abituati con i titoli di nuova generazione, ma non temete: basta poco più di un quarto d’ora di passeggiate per Undead Asylum e Lordran per prendere subito confidenza con impacci e disinvolture del nostro personaggio, e riabituarsi immediatamente a quello che non può essere considerato tanto un limite del gameplay quanto un’interessante caratteristica, carta tornasole dell’avvicendarsi dei tempi.

Il comparto tecnico di questa versione rimasterizzata di Dark Souls è quello che darà più da parlare di tutto questo progetto, probabilmente. Diamo a Cesare quel che è di Cesare: pur trattandosi di una dichiarata Remastered e non di un Remake, i cambiamenti percepibili a schermo nel cambio generazionale non sono affatto evidenti. A fronte infatti di un netto miglioramento degli effetti particellari legati agli emblematici falò e all’assorbimento delle anime che danno il nome alla saga, il titolo non è in grado di offrire un’eccellenza tecnica o comunque una soddisfazione estetica maggiore di quella presentata nel 2011. Certo, il frame rate ora è pressoché granitico, e anche i cali che affliggevano zone come Blightown e che ne avevano alimentato la leggenda ora sono solo un triste(?) ricordo.

Perché dunque, nel 2018, portare una remaster di Dark Souls è una domanda che ha due risposte, come duplice è la chiave di analisi di questo progetto in funzione della sua votazione: se tecnicamente l’opera di rimasterizzazione è solamente buona e ben lontana dall’essere eccellente o comunque notevole, il fatto di poter rigiocare uno dei titoli più importanti dell’ambito GDR oggi sulle console di nuova generazione è una cosa assolutamente apprezzabile, non solo per un interesse intellettuale che spinge i giocatori più interessati a fare un salto indietro nel tempo e vedere “a cosa si giocava 8 anni fa”, scoprendo in questo modo tutti i passi avanti che la video ludica ha compiuto, ma anche, a vantaggio dei nostalgici, per rivivere una delle avventure più belle e introspettive della storia del videogioco di ruolo, riassaporare scontri epici e mai dimenticati e rivivere momenti che rimangono nel cuore di ogni giocatore. Si, anche l’incontro con Artorias.

Come va valutato perciò Dark Souls Remastered se non facendo una media tra la sua appena soddisfacente portata tecnica e la sua immensa caratura spirituale? In un progetto con un binomio così scisso è impossibile mettere tutti d’accordo, ma forse la forza di DS è proprio questa: ogni giocatore a Lordran cerca qualcosa, epica cavalleresca, magnificenza estetica o semplice sfida. Nessuno avrà mai solo torto e nessuno mai solo ragione, perché Dark Souls non è un solo Santo Graal, ma l’intera cristalleria degli Dei, e da ora possiamo bere da tutti i suoi calici, anche sulle nuove console.

*Versioni testate: PS4 e Xbox One grazie ad un codice fornito dal publisher

Dark Souls Remastered

7.9

Trama/Ambientazione

9.0/10

Gameplay

8.0/10

Grafica

6.0/10

Sonoro

8.0/10

Longevità

8.5/10

Pro

  • mostro sacro del GRD Dark Fantasy, ora disponibile per tutti

Contro

  • Rimasterizzazione appena sufficiente

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Pietro Ferri

Senior Editor di Serial Gamer, è un appassionato di videogames fin da tenera età. Si interessa con dedizione all'approfondimento di qualunque forma d'arte che riesca a trasmettergli emozioni

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