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Narcos. Dove eravamo rimasti?

La serie targata Netflix creata da Chris Brancato, Carlo Bernard e Doug Miro ha riscosso molto successo, convincendo la casa di produzione a promuovere persino una terza stagione. Narcos, fino alla seconda stagione, racconta l’ascesa e il declino del più famoso narcotrafficante della storia: Pablo Escobar, interpretato benissimo da Wagner Moura. Prima di sintetizzare l’atto conclusivo della seconda stagione, analizziamo pregi e difetti della serie candidata ai Golden Globe.

Narcos si presenta, con la prima stagione, mediante una narrazione molto scorrevole, in grado di farci appassionare alle vicende senza avere personaggi dal grande carisma; iniziamo dalle note dolenti. La voce è affidata a Steve Murphy, il quale ci fornirà tantissime informazioni su eventi, condizioni sociali e politiche della Colombia; il suo personaggio non è scritto benissimo, difatti, non ci preoccupiamo del suo destino all’interno della serie. Murphy e il suo partner Javier sono trasportati dagli eventi legati all’indagine sul narcotraffico, operazione che verte sul noto criminale Escobar che appare come il miglior personaggio della serie fino ad’ora.

Anche se i drammi personali dei protagonisti della DEA sono poco interessanti, la descrizione del luogo familiare di Escobar è semplicemente perfetta. Essa riesce a formare un legame empatico tra lo spettatore e il noto criminale, non perché Escobar applica scelte sbagliate in favore di una giusta causa, ma perché assistiamo all’evoluzione da semplice narcotrafficante a terrorista. Ad affiancare la figura complessa del criminale colombiano, un altro pregio della serie è la descrizione curatissima della Colombia in un forte stato di crisi, dove il popolo soccombe tramite una guerra tra stato e criminalità, in cui spesso la linea di demarcazione tra le due compagini diventa molto sottile.

La messa in scena di Narcos è di buona fattura, non arriva ad altre serie Netflix come Stranger Things, a causa anche della propria identità televisiva; il punto macchina dato dai vari registi vuole documentare le vicende il più semplicemente possibile, perciò la realizzazione non vuole trovare particolari soluzioni registiche. La prima stagione di Narcos è un buon prodotto  con molti difetti, ma non per questo etichettata come mediocre; essa si conclude con la fuga di Escobar dalla “prigione” alla quale era stato sottoposto.

La seconda stagione insiste sulla dicotomia tra bene e male sviluppando un interessante discorso; la fazione dei “buoni” subisce gravi perdite, scatenando un feroce comportamento in alcuni personaggi della serie,diminuendo la differenza tra le azioni brutali della polizia e del narcotrafficante. Nella guerra tra governo ed Escobar emerge un gruppo paramilitare in grado di ostacolare il pericoloso criminale, con lo squadrone della morte appena citato che si definisce “ I Los Pepes”. Guidati dal concetto machiavellico “ Il fine giustifica i mezzi”, il gruppo paramilitare compie azioni indicibili con lo scopo di eliminare Escobar. Javier collaborerà con i Los Pepes a causa della scarsa efficienza della polizia, essa infatti perdendo in un’imboscata il colonnello Carrillo, non riesce più a fronteggiare un nemico troppo potente come Don Pablo. Nell’atto conclusivo della seconda stagione Escobar è ucciso dalla polizia, senza però l’intervento di Javier Pena a causa del suo trasferimento.

Una delle critiche mosse alla serie, risiede nell’eccessiva bontà con cui è stato trattato Don Pablo, nell’ultima puntata perciò gli autori hanno voluto mettere in chiaro la sua figura amata e odiata; grazie al montaggio parallelo, possiamo vedere la contrapposizione delle parole gentili della madre di Escobar, con i crimini atroci e ingiustificabili di suo figlio, descrivendo la totale follia imperdonabile del narcotrafficante.

In attesa della terza stagione prevista per il primo settembre, la domanda sorge spontanea: “Riuscirà Narcos a conseguire il successo senza la figura più famosa del narcotraffico?”

 

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