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Taboo: quando un “hmm” vale più di mille parole – Recensione

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Taboo è una serie britannica creata da Tom Hardy, suo padre Edward Hardy e Steven Knight (sceneggiatore di Peaky Blinders) trasmessa nei mesi scorsi su BBC One, mentre in Italia la serie approderà su Sky Atlantic il mese prossimo. Protagonista assoluto della serie è Tom Hardy, che non si è limitato ad interpretare il protagonista della serie, ma ne è anche produttore.

Non è facile descrivere Taboo, a partire dal protagonista: James Keziah Delaney, un uomo creduto morto dopo un terribile naufragio avvenuto 10 anni prima lungo le coste dell’Africa, il cui ritorno non sarà ben accolto.

James fa il suo ritorno a Londra nel giorno della morte del padre, Horace Delaney, e lo fa in modo plateale. Da qui (in realtà, anche nelle scene precedenti) hanno inizio le mosse dell’ex caporale che, come un abile scacchista, manipolerà le scelte, le parole e i pensieri di coloro che potranno essere utili alla sua causa.

Con la morte del genitore, James eredita una striscia di terra, la Baia di Nootka, in un Nord America dove i confini degli Stati Uniti non sono ancora stati ben delineati, e dove quel lembo di terra è di estrema importanza per i traffici tra la Cina e il continente Americano. Le 15 nazioni dei neonati Stati Uniti, la Corona Inglese e la Compagnia cercheranno di accaparrarsi Nootka in tutti i modi e ciò, insieme alle macchinazioni di James, metterà a dura prova (fino anche a spezzare) gli equilibri di potere esistenti.

James non è solo un abile stratega, ma anche un uomo feroce e spietato, tormentato dai fantasmi del suo passato i quali, a suo dire, “cantano per lui”. Le esperienze in Africa lo hanno profondamente segnato, non solo nel corpo, ma anche nella mente: lo sguardo assente, le sue azioni “indicibili” e la quasi totale assenza di emozioni positive sono il risultato di questo processo, di cui non ci è permesso conoscerne le fasi, rendendolo un personaggio non facile da decifrare.

Ciò che è palese, invece, è l’odio che Delaney prova per il padre, e non perde occasione di dimostrarlo sin dalle primissime scene, dove priva il corpo del genitore delle monete posate sui suoi occhi. Ma l’odio per Horace è surclassato solo dall’odio che il protagonista prova per la Compagnia delle Indie Orientali; essa è colpevole, infatti, di aver contribuito a rendere James ciò che è oggi, e di fare di Londra e dei suoi abitanti i propri burattini. D’altronde, si vantano di essere più ricchi di Dio stesso.

La Compagnia delle Indie Orientali, guidata da Sir Stuart Strange, è ovunque: possiede mezza città, e l’altra metà la teme. Dietro la facciata di uomini d’affari rispettabili ci sono sporchi opportunisti che non esitano ad utilizzare ogni mezzo per proteggere i loro interessi e, anzi, ad estenderli. I membri della Compagnia sono facilmente individuabili, dati i loro caratteri ben delineati, come del resto quelli di quasi tutti i personaggi incontrati. Unico appunto che potrei fare è l’atteggiamento eccessivamente timoroso dei membri del consiglio di amministrazione nei confronti di Sir Strange, ma su ciò si può facilmente sorvolare.

Se la Compagnia mostra la propria potenza senza mezzi termini, imprenditore occulto degli Stati Uniti è la Società Americana della Segreta Corrispondenza che, in prima istanza coinvolta dallo stesso Delaney, sarà il Jolly che ci condurrà verso il prosieguo della serie nella prossima stagione (almeno da ciò che sembra).

Ultimo attore, ma non per importanza, che vedremo coinvolto pienamente nella vicenda, è la Corona Inglese nella persona di Re Giorgio IV, allora principe reggente.

La vita del Principe è dissoluta ed egli svolge quasi con riluttanza i compiti di Stato di cui dovrebbe occuparsi, i quali sono spesso lasciati nelle mani del Segretario di Sua Maestà Solomon Coop, che non esita a ribadire il suo disgusto verso il Principe e gli attriti nei confronti della Compagnia, sempre più forti a causa della irrisolta questione delle Indie Orientali e, adesso, anche della lotta per la Baia di Nootka.

Tutti i personaggi, schierati più o meno nitidamente dalla parte di una di queste “forze portanti” delle serie, non verranno tralasciati, e anche se il loro ruolo all’interno del quadro generale della serie non apparirà chiaro nei primi episodi, tutti i pezzi combaceranno al loro posto sul finire della prima stagione.

 

Una delle pecche che potrebbero portare lo spettatore ad abbandonare la serie è proprio questa: nei primi 2/3 episodi iniziali non si sa dove il protagonista e i comprimari vogliano “andare a parare”. La carne al fuoco è tanta, e il fatto che il “non detto” giochi un ruolo importante all’interno della narrazione può accentuare i dubbi dello spettatore.

Cosa intendo dire con “non detto”? Intendo dire che dettagli e sfaccettature dei protagonisti devono essere osservati, più che ascoltati: gli sguardi, le posture degli attori e le immagini mostrate sono incastrate in modo tale da non servire la realtà dei fatti su un piatto d’argento pronta per essere masticata da noi avidi consumatori di serie TV ma, piuttosto, essa ci viene presentata delicatamente coperta da un velo, dal quale traspare ciò che è nascosto lasciando a noi – come posso dire – dare l’ultima pennellata al quadro.

Detto ciò, è facilmente comprensibile come la visione della serie richieda un minimo di sforzo per essere apprezzata fino in fondo, e per non lasciarsi sfuggire quello che potrebbe essere un “easter egg” che gli autori hanno inserito.

La guerra che si svolge tra James, la Compagnia, gli americani e la Corona Inglese è avvincente e armi quali minacce e ricatti -fino ad arrivare alla morte di una delle poche figure che sembrava sarebbe sfuggita al putridume della città inglese – verranno utilizzate senza tanti rimorsi, anche dallo stesso Delaney (nonostante sembri trasparire un certo limite morale, la cosa non è ancora chiara).

 

Dal lato tecnico non posso che elogiare gli sforzi compiuti. Dai colori, ai costumi, ai set il livello qualitativo è alto, e non passerà inosservato. I colori freddi utilizzati, la sporcizia, i luoghi tetri e marci ci mostrano una Inghilterra realistica, dove piccoli orfani giocano sulle lerce sponde del fiume, l’improvviso scoppio di malattie come il colera è cosa normale e dove non ci si scandalizza più di tanto se la corrente riporta a galla un cadavere di un uomo assassinato.

Se sperate di ritrovare nelle confortevoli ville dei ricchi comportamenti virtuosi che si confacciano al bell’aspetto delle residenze in cui vivono, vi sbagliate di grosso: anche le classi della borghesia e della bassa nobiltà, forse sentendosi legittimate dal comportamento di Re Giorgio, si lasciano andare al gas esilarante per annebbiare la mente, ai piaceri della carne, all’alcool. Pochi saranno i personaggi risparmiati da questa follia mostrata.

La colonna sonora funziona bene con la narrazione e facilmente individuabile è la melodia portante, modificata (nel tempo e negli strumenti) per adattarsi alle situazioni di volta in volta mostrate.

Conclusioni.

Taboo è una serie che ha aperto questo 2017 in modo estremamente positivo. Il cast e la produzione hanno dato del loro meglio per confezionare un prodotto dove una storia che può sembrare banale, mescolata con peculiari caratteri dei personaggi e un tocco di misticismo e sovrannaturale, diventa un ottimo mix capace di convincere lo spettatore a proseguire la visione.

 

Easter egg: nel corso degli otto episodi della prima stagione in diverse puntate appaiono sullo sfondo degli spettri. Io ne ho contati 3. Quanti e quali riuscirete ad individuare?

Vi lascio con un video dove ci viene presentata una compilation dei grugniti di Tom Hardy. Dovrebbero essere seri, e lo sono… durante la visione di ogni episodio, ma presi da parte è esilarante vedere quanti ce ne sono.

 

Taboo

9

Voto Serial Gamer

9.0/10

Pro

  • L’interpretazione degli attori
  • La fotografia
  • La caratterizzazione dei personaggi

Contro

  • L’atmosfera a tratti un po’ troppo pesante
  • La lentezza dei primi episodi

Ivana Cimasa

Oltre le serie tv, le sue altre passioni sono il tè e la musica. Spera, un giorno, di trascrivere la colonna sonora della sua vita.

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