Pubblicato nel 2025 da Free League Publishing e non ancora disponibile in italiano, Rapture Protocol è una cinematic adventure completa per ALIEN Evolved Edition che riporta il gioco su una traiettoria molto precisa, spazio commerciale logoro, procedure oppressive, turni che scandiscono la tensione e una minaccia che non è mai soltanto biologica, perché porta con sé fede, avidità e obbedienza. È anche, in modo esplicito, il primo capitolo della Jeremiah Saga, quindi non si limita a raccontare un incubo autoconclusivo ma semina ganci narrativi e cicatrici morali destinati a restare, se al tavolo si accetta di convivere con le conseguenze.

Il contenuto fisico del box riflette pienamente l’approccio produttivo di Free League, solido, funzionale e pensato per ridurre al minimo la frizione al tavolo. All’interno troviamo il libro scenario di Rapture Protocol, una grande mappa fronte retro che raffigura da un lato la USCSS Fidanza e dall’altro la colonia mineraria Jeremiah VI, cinque personaggi pregenerati strettamente intrecciati alla trama, carte dedicate alle agende personali e ai PNG, token in cartoncino per personaggi e creature, oltre a mappe e handout per i giocatori. Il regolamento base di ALIEN resta necessario, sia in versione Evolved Edition sia nella prima edizione, perché il box è concepito come avventura completa ma non include le regole fondamentali.
Accanto al box, Free League commercializza anche un set ufficiale di miniature dedicato a Rapture Protocol, venduto separatamente, pensato per rappresentare personaggi, lavoratori, soldati e Xenomorfi coinvolti nello scenario. Le miniature sono pienamente compatibili con le mappe incluse nell’avventura e rafforzano l’impatto visivo dello stealth mode e delle scene più tese. Il set ci è stato gentilmente fornito per la prova editoriale e si integra in modo naturale con il materiale del box, senza trasformare l’esperienza in un gioco tattico, ma rendendo ancora più tangibile la percezione dello spazio e della minaccia.
Dal punto di vista strutturale, Rapture Protocol è una cinematic adventure dichiarata, articolata in tre atti ben definiti, con una durata stimata di tre sessioni e un impianto che privilegia ritmo, escalation e conflitto interno al gruppo. Il primo elemento che colpisce è l’uso estremamente mirato delle agende personali, distribuite per atto e pensate non come semplici obiettivi opzionali, ma come veri detonatori narrativi. Qui le agende spingono i personaggi a mentire, isolarsi, forzare decisioni o tradire apertamente, e il sistema di ricompensa tramite story point incentiva comportamenti rischiosi e coerenti con il tono dell’ambientazione.

⚠️ ALLERTA SPOILER
Da questo punto in avanti la recensione entra nel dettaglio della struttura e degli eventi dei tre atti di Rapture Protocol. Se prevedi di giocare l’avventura come giocatore e desideri preservare l’effetto sorpresa, è consigliabile interrompere qui la lettura.
L’Atto I si svolge a bordo della USCSS Fidanza, un cargo commerciale esausto, lontano da qualsiasi retorica eroica. La missione iniziale è volutamente banale, una consegna verso la colonia remota di Jeremiah VI, con la promessa di un carico di ritorno redditizio e di un futuro contratto migliore. È un inizio calibrato con attenzione, perché l’orrore emerge per gradi, attraverso anomalie di sistema, segnalazioni ambigue di MU/TH/UR e la scoperta di una presenza non autorizzata a bordo. Lo stealth mode viene introdotto in modo organico, trasformando la nave in una trappola fatta di corridoi stretti, condotti e compartimenti isolati, mentre la fiducia tra i membri dell’equipaggio inizia a sgretolarsi. La figura di Chalk e le prime rivelazioni sulle lealtà parallele chiariscono subito che il conflitto non sarà mai soltanto contro “qualcosa” che si muove nell’ombra.
L’Atto II sposta l’azione su Jeremiah VI, una colonia mineraria su una luna gelida, respirabile ma ostile, dove l’ambiente diventa una minaccia costante quanto qualsiasi creatura. Qui l’avventura cambia passo e si fa più corale, introducendo una comunità spezzata, una lunga permanenza in isolamento e le conseguenze psicologiche di anni di sfruttamento. La scoperta di una camera sepolta con manufatti e uova è il punto di rottura che ha portato alla nascita della Church of Immaculate Incubation, un culto disturbante, credibile e profondamente radicato nella disperazione e nell’opportunismo. Rapture Protocol riesce a rendere il fanatismo non come un elemento caricaturale, ma come una scelta razionale per chi non ha più nulla da perdere, intrecciando ideologia religiosa e logica aziendale in modo inquietante.

L’Atto III è il momento in cui tutte le linee narrative collassano. La minaccia xenomorfa diventa concreta e inarrestabile, ma è il fattore umano a rendere il finale realmente devastante. Le agende personali raggiungono il loro apice, i personaggi sono costretti a scegliere cosa salvare e cosa sacrificare, e la Game Mother ha strumenti chiari per orchestrare una conclusione che può essere tanto spettacolare quanto tragica. Non esiste un esito “giusto”, esistono solo conseguenze, e Rapture Protocol è molto onesto nel ricordarlo fino all’ultima scena.
A livello produttivo e di scrittura, l’avventura è solida, leggibile e ben supportata da mappe e materiali fisici che fanno davvero la differenza al tavolo. Le mappe GM e giocatore separate permettono di gestire lo stealth mode senza forzature, i token e le carte riducono la necessità di improvvisazione logistica, e l’impianto testuale guida senza ingabbiare. L’unico vero limite è intrinseco al formato cinematic, richiede una Game Mother attenta al ritmo e gruppi disposti a seguire la traiettoria narrativa, perché una gestione troppo dilatata rischia di disperdere la tensione.

Nel complesso, Rapture Protocol funziona perché non prova mai a rassicurare il tavolo. Non cerca l’equilibrio, non cerca la “bella storia”, non cerca nemmeno la sopravvivenza come obiettivo implicito. Spinge invece i giocatori a fare scelte scomode, spesso sbagliate, quasi sempre irreversibili, e lo fa utilizzando l’universo di ALIEN nel modo più onesto possibile, come una macchina narrativa che consuma procedure, corpi e convinzioni. Qui non si gioca per vincere, si gioca per capire cosa si è disposti a sacrificare quando il protocollo non basta più e la fede, quella vera o quella aziendale, diventa un’arma.
La forza dell’avventura sta nel suo rifiuto di offrire soluzioni pulite. Ogni atto restringe il campo, ogni agenda personale erode la fiducia, ogni decisione presa in nome dell’efficienza o della speranza lascia dietro di sé macerie morali che l’avventura non prova mai a cancellare. Rapture Protocol non è interessata a raccontare l’ennesimo incontro con lo Xenomorfo, ma a mostrare cosa succede quando l’orrore diventa un sistema organizzato, sostenuto da contratti, credo e obbedienza. In questo senso è profondamente Alien, forse più di molte avventure precedenti, perché riporta il conflitto dove è sempre stato, dentro l’essere umano prima ancora che nei corridoi bui.

Dal punto di vista del gioco al tavolo, il box offre strumenti solidi, concreti e funzionali, mappe che invitano a giocare davvero lo spazio, materiali che riducono il carico della preparazione e una struttura che, se rispettata nei tempi e nel ritmo, restituisce una cinematic intensa e memorabile. Richiede una Game Mother presente, capace di gestire la pressione e di non concedere tregua narrativa quando il gruppo cerca di rallentare, ma in cambio offre un’esperienza che lascia il segno e che difficilmente viene dimenticata dopo l’ultima scena.
Rapture Protocol è un’avventura che non chiede di essere “interpretata bene”, chiede di essere attraversata. È sporca, dura, a tratti spietata, ma è anche uno dei migliori esempi di come ALIEN possa essere qualcosa di più di un horror procedurale. È una storia di collasso, di devozione e di perdita, raccontata con strumenti ludici precisi e con un’identità fortissima. Se questo è l’inizio della Jeremiah Saga, l’aspettativa per ciò che verrà dopo è inevitabilmente alta.
*Box fisico e digitale e set di miniature forniti da Free League Publishing in cambio di una recensione onesta.







