Pubblicato il 6 febbraio 2026 da Chaosium Inc., The Sauvage King è uno dei supplementi più densi e tematicamente coerenti apparsi finora per la sesta edizione di Pendragon, un volume che sceglie di lavorare non tanto sull’epica della cavalleria in campo aperto quanto sulla sua fragilità, sul momento storico in cui l’assenza di un sovrano saldo incrina l’ordine del mondo e permette al soprannaturale di filtrare tra le pieghe della realtà. L’edizione italiana non è ancora disponibile, ma sappiamo che Raven Distribution si occuperà almeno della localizzazione dei manuali base, e questo rende particolarmente interessante osservare come supplementi di questo livello possano, in prospettiva, ridefinire anche la percezione della linea nel nostro mercato.
Se non lo avete ancora fatto potete leggere le nostre recensioni del Core Rulebook e del Gamemaster’s Handbook di Pendragon Sesta Edizione!

La prima impressione, sfogliando il manuale, è quella di trovarsi davanti a qualcosa che rifiuta deliberatamente la struttura dell’avventura tradizionale. The Sauvage King non racconta una storia lineare, non propone un arco chiuso da consumare in poche sessioni, ma costruisce un luogo narrativo persistente, una ferita geografica e simbolica dentro Logres destinata a riaprirsi più volte nel corso degli anni di campagna. La Foresta Sauvage non è soltanto uno scenario, è un antagonista diffuso, una presenza che cresce, si insinua, seduce, deforma, e lo fa attraverso la volontà fatata di Madog de Sauvage e del dominio che si irradia da Castle Sauvage verso le contee circostanti.
La scelta di collocare il supplemento durante l’Anarchy e il Boy King Period è tutt’altro che neutra. È il momento in cui Pendragon smette di essere racconto di ordine e diventa racconto di attesa, di vuoto, di instabilità politica e morale. Inserire qui una foresta che divora lentamente il territorio significa trasformare il contesto storico in metafora vivente, perché la terra che si corrompe riflette un regno senza guida. È una sintonia tematica profonda con l’opera di Stafford, e si percepisce chiaramente come il supplemento non voglia aggiungere contenuto, ma estendere il significato stesso della campagna.

Uno degli elementi di design più riusciti è la costruzione della Selva come macchina ludica. Gli ingressi multipli, la configurazione variabile dei percorsi, la suddivisione in fasce sempre più interne di pericolo e alterità, tutto contribuisce a spezzare l’idea del dungeon esplorabile in modo sistematico. Qui l’orientamento è incerto, il tempo è ambiguo, le risorse si consumano più velocemente del previsto, e la minaccia raramente assume la forma rassicurante del nemico da affrontare frontalmente. È una struttura che richiama la logica della fiaba crudele più che quella dell’avventura eroica, e proprio per questo funziona così bene dentro Pendragon.
Il supplemento insiste con decisione su un aspetto spesso trascurato nei giochi fantasy contemporanei, la durata. La Foresta Sauvage è pensata per essere visitata, abbandonata, ricordata, temuta, e poi affrontata di nuovo anni dopo. Le provviste, i cavalli, il tempo perso, le conseguenze sociali del fallimento, tutto contribuisce a trasformare l’esplorazione in una scelta strategica e morale, non in una semplice deviazione narrativa. È in questa lentezza che il manuale trova la propria forza, perché restituisce alla campagna quella dimensione stagionale che è il cuore pulsante di Pendragon.

⚠️ Attenzione: da questo punto la recensione contiene spoiler su struttura, incontri e temi del supplemento.
Gli incontri disseminati nella Selva mostrano con chiarezza l’intento degli autori, spostare il conflitto dal piano fisico a quello simbolico. L’episodio del gioco maledetto, in cui una partita apparentemente innocua consuma giorni interi senza che i personaggi lo percepiscano, è un esempio perfetto di orrore silenzioso. Non c’è mostro da colpire, non c’è tiro salvezza risolutivo, solo la lenta erosione del tempo, della fame, della sicurezza. È una tensione che nasce nella mente dei giocatori prima ancora che nella fiction, e per questo risulta così efficace.
I luoghi-prova del dominio di Sauvage lavorano invece sulla tentazione morale. Brun incarna l’abbandono del dovere, la dolcezza dell’inerzia, la seduzione di una vita senza gloria. La risoluzione passa attraverso Tratti e Passioni, non attraverso la forza, e questo rende l’esperienza profondamente pendragoniana, perché il vero campo di battaglia diventa l’identità del cavaliere. Towchester, con le sue ricchezze illusorie e la sua autorità mutaforma, introduce una riflessione sottile sulla natura della gloria e del prestigio, mostrando quanto facilmente possano dissolversi quando vengono strappati dal contesto sociale che li sostiene.

Le avventure di soglia rappresentano forse il cuore emotivo del supplemento, perché collegano la dimensione fatata alla vita feudale quotidiana. Conti in difficoltà, baroni già sedotti dall’influenza della Selva, famiglie spezzate da scambi soprannaturali. Il tema del changeling, in particolare, costruisce un conflitto morale doloroso, dove ogni scelta comporta una perdita reale, sociale o affettiva. È uno di quei momenti in cui Pendragon rivela la propria natura tragica, ricordando che l’onore non protegge dal dolore, ma lo rende soltanto più significativo.
Gli scenari più circoscritti, come quello legato a Black Annis, recuperano la dimensione folklorica più oscura del mito britannico, fatta di paure contadine, sparizioni, superstizioni radicate nella terra. In contrasto, episodi come White Horse Vale offrono una pausa luminosa senza perdere il tono leggendario, mantenendo quell’equilibrio delicato tra meraviglia e malinconia che definisce l’identità estetica di Pendragon. Questa alternanza di ombra e luce impedisce alla Selva di diventare monotona, trasformandola invece in uno spazio emotivamente vivo.

La sezione finale, con generatori narrativi e strumenti modulari, chiarisce definitivamente la filosofia del volume. The Sauvage King non vuole essere ricordato come un’avventura, ma come una fonte continua di storie. Cavalieri erranti, incontri ambigui, richieste di aiuto, prove morali improvvise, tutto è progettato per sostenere la lunga durata della campagna e mantenere la Selva come presenza latente anche quando i personaggi sono lontani dai suoi confini.
Dal punto di vista pratico, il manuale presuppone familiarità con l’ecosistema della sesta edizione, in particolare con il Gamemaster’s Handbook. Non è una sorpresa, ma conferma la natura di espansione avanzata del prodotto. Chi sta già giocando Pendragon troverà qui uno degli strumenti più potenti finora pubblicati, mentre per un neofita potrebbe non rappresentare il punto d’ingresso ideale.

Tirando le somme, The Sauvage King è un supplemento che comprende in profondità cosa rende Pendragon unico nel panorama del gioco di ruolo fantasy. Trasforma un luogo in memoria condivisa, una minaccia in esperienza emotiva, una foresta in specchio morale del regno. I cavalieri che attraversano la Selva non ne escono semplicemente vincitori o sconfitti, ne escono cambiati, e ciò che hanno perso o scoperto continua a riverberare negli anni successivi della campagna. È questa capacità di incidere sulla durata narrativa, più che sul singolo episodio, a rendere il volume così significativo.
In un mercato spesso dominato dall’immediatezza dell’azione, scegliere la strada della lentezza, dell’atmosfera e delle conseguenze è un gesto quasi controcorrente. Ma è proprio in questa scelta che Pendragon continua a dimostrare la propria maturità, e The Sauvage King ne è una delle espressioni più convincenti della nuova edizione.
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*Copia digitale del manuale fornita da Chaosium Inc. in cambio di una recensione onesta.







