Nel panorama videoludico contemporaneo, la proliferazione di remaster e riedizioni ha sollevato un dibattito sempre più acceso sulla natura di queste operazioni: si tratta di autentica preservazione storica o di una cinica capitalizzazione della nostalgia? Il recente approdo di City Hunter su PC, PlayStation 5, Nintendo Switch, Nintendo Switch 2 ed Xbox Series X|S si inserisce prepotentemente in questo solco, offrendo un’esperienza che brilla per la cura profusa nel confezionamento editoriale, ma che al contempo mette a nudo l’inevitabile logorio di un gameplay ancorato a paradigmi ormai superati.
L’opera ci riporta nei panni dell’iconico “sweeper” Ryo Saeba in un’avventura d’azione a otto bit che, pur presentandosi in una veste tecnica ripulita, non nasconde le rughe di un design concepito per un’epoca profondamente diversa. La struttura ludica si rivela estremamente lineare, quasi didascalica nella sua semplicità: il giocatore è chiamato a esplorare scenari urbani labirintici, dove la progressione è dettata quasi esclusivamente dal reperimento di chiavi o oggetti specifici necessari a sbloccare l’area successiva. Questo loop metodico, sebbene coerente con i canoni della fine degli anni ’80, soffre oggi di una marcata ripetitività. La mancanza di una reale evoluzione nelle meccaniche di gioco o di una varietà situazionale degna di nota rende l’avanzamento un esercizio di pazienza, dove la curiosità di scoprire il livello successivo viene spesso smorzata da una direzione che non riesce mai a sorprendere.

Il sistema di combattimento, pur funzionale nella sua essenzialità, manca di quel feedback visivo e tattile che ci si aspetterebbe da un titolo d’azione moderno, anche se di derivazione retro. Le armi aggiuntive che si acquisiscono durante il percorso non alterano in modo significativo l’approccio strategico, limitandosi a variazioni estetiche o marginali sull’efficacia offensiva. A peggiorare la percezione della sfida interviene un posizionamento dei nemici talvolta punitivo e privo di pattern logici; non è raro infatti subire imboscate immediate non appena si varca una porta, lasciando al giocatore uno spazio di reazione pressoché nullo. È un design che non brillava per eccellenza nella sua epoca originale e che, trasposto su una piattaforma performante come la PS5, evidenzia ancor di più la sua natura di prodotto di fascia media dell’epoca.

Tuttavia, laddove il gameplay mostra il fianco a critiche legate alla sua senescenza, l’edizione curata per questo rilancio eccelle in modo sorprendente nel suo intento enciclopedico. Ci troviamo di fronte a un vero e proprio archivio digitale che tratta la licenza con un rispetto quasi museale. L’utente ha la possibilità di interagire con modelli tridimensionali meticolosamente ricostruiti della confezione originale, della cartuccia e del manuale d’istruzioni, permettendo un’immersione tattile virtuale che farà la gioia dei collezionisti. A questo si aggiunge una galleria di immagini promozionali e una sezione dedicata alla colonna sonora, che insieme alle nuove funzioni di “rewind” e salvataggio rapido, trasformano un titolo ostico in un’esperienza finalmente accessibile a una platea internazionale, grazie anche a una localizzazione testuale curata.
Unico neo di questa pregevole operazione di contorno riguarda l’implementazione del filtro CRT. In un progetto così attento alla filologia del materiale originale, la scelta di applicare un semplice overlay grafico per simulare le scansioni dei vecchi monitor appare una soluzione pigra e poco efficace. La differenza cromatica e di profondità rispetto a una reale visualizzazione su tubo catodico rimane marcata, privando l’immagine di quella morbidezza e di quel calore che i pixel originali avrebbero meritato.

In ultima analisi, il ritorno di City Hunter solleva un interrogativo fondamentale sulla dignità della preservazione: ogni titolo del passato merita una seconda vita commerciale? La risposta, in questo caso, tende al positivo, non tanto per l’eccellenza intrinseca del gioco, quanto per l’importanza di rendere fruibili capitoli spesso dimenticati o mai usciti dai confini giapponesi. Sebbene il valore ludico resti confinato alla mediocrità, il valore storico dell’operazione è innegabile. Si tratta di un acquisto consigliato principalmente agli estimatori dell’universo creato da Tsukasa Hojo o agli archeologi del videogioco, preferibilmente attendendo una soglia di prezzo più consona a un titolo che, per quanto celebrativo, rimane un piccolo frammento di storia rimasto congelato nel tempo.
*Versione testata: PS5, grazie ad un codice fornito dal publisher.







