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Kingdom Hearts 3: dove tornano i cuori – Recensione

Quella di Kingdom Hearts 3 è stata una recensione piuttosto sudata.

Ho impiegato tre settimane per riflettere su ogni passaggio, ogni caratteristica ed ogni aspetto dell’attesissimo titolo Square Enix. Ammetto poi di aver rigiocato alcune sequenze più di una volta e alla fine, nonostante tutto, ho terminato il gioco in 39 ore. Si impiegano, infatti, dalle 30 alle 40 ore per terminare la storia principale, ma per godere appieno del prodotto e sconsiglio vivamente intraprendere una run troppo frettolosa.

Nella nostra recensione parleremo dunque nel dettaglio di un prodotto che va gustato lentamente.

L’eredità

Dopo l’installazione del gioco, si è pronti per lo spettacolo. KH3 ci accoglie subito con un video iniziale che ripercorre le scene più salienti di tutta la saga con il sottofondo orchestrale di Don’t Think Twice, capace di stringerci immediatamente il cuore.

Questo ed il successivo menù principale del gioco sono un incipit dall’impatto fortissimo, e lasciano senza problemi a bocca aperta: la costruzione del video, della schermata principale, l’arrangiamento delle musiche e la loro scelta vogliono subito mettere in chiaro che KH3 è conscio di essere chiamato ad imporsi come capolavoro, un’opera artistica in tutto e per tutto.

Si avverte sin da subito la fame di avventure dovuta al peso di una storia cominciata all’inizio degli anni 2000 ed affinata per quasi vent’anni, una presenza costante nell’arco di crescita di diverse generazioni che stabilisce ponti solidi tra mondi diversi come quello occidentale e quello orientale. Il mondo Disney ed il mondo Square Enix.

Il Comparto audio

La prima cosa che colpisce avviando il gioco è proprio la colonna sonora. Tutte quelle musiche decontestualizzate che abbiamo visto pubblicare dai canali social della saga in attesa del lancio di KH3 e che poco ci dicevano, diventano così quasi il narratore principale dell’intera storia, mutando forma e tonalità a seconda del mondo in cui Sora si trova. Il comparto sonoro è eccezionale, all’altezza delle alte aspettative degli appassionati dei giochi Square Enix, da sempre caratterizzati da musiche coinvolgenti e arie immortali.

Un altro punto importante di questo aspetto è il doppiaggio. Sono presenti attori storici del calibro di Mark Hamill. L’ormai familiare Jesse McCartney e Rutger Hauer in sostituzione del defunto Leonard Nimoy, il risultato dell’incontro di quella che nel complesso una squadra di superstar sia nel mondo del doppiaggio stesso sia in quello del cinema internazionale riesce quindi a convincere in toto ancora una volta, rimanendo solido sulle voci tradizionali che con le rodatissime nuove implementazioni.

Il Comparto grafico

Anche il comparto grafico urla in ogni momento di essere valso il decennio di attesa per KH3. Come il sonoro si mostra in grado di modellarsi a seconda del mondo giocato, anche la resa a schermo riesce meravigliosamente in questo. La fluidità, i colori ed i nuovi accorgimenti estetici, resi possibili da un Unreal Engine sfruttato magistralmente, sottolineano questi cambi di rendering da un mondo all’altro, grazie anche alla contestualizzazione e alla resa organica dei mondi della selezione dei film Disney e Pixar presenti nel gioco. Questi infatti, eccezion fatta per “Pirati dei Caraibi” e “Hercules”, sono tutti in computer grafica, dettaglio che evita la snaturalizzazione dei prodotti originali.

È però nel mondo di “Pirati dei Caraibi” che troviamo l’esempio migliore del cambio rendering. La pelle dei personaggi è stata sporcata con pori della pelle ben visibili e sudore, riuscendo a rendere verosimili anche i personaggi cartooneschi all’interno dell’unica ambientazione che più li avrebbe evidenziati come estranei alla narrazione.

I nuovi mondi sono enormi, e presentano una verticalità mai vista in KH, portando come risultato il fatto che questo ultimo capitolo della saga riesce a dare l’impressione di essere immersi davvero all’interno dei mondi proposti grazie alla caratterizzazione attenta di ogni elemento, visivo e sonoro.

Il gameplay

La modalità di gioco non si discosta eccessivamente dai suoi predecessori e non apporta poi grandi cambiamenti pad alla mano. Anzi è stata tolta la libertà di personalizzazione ed ora l’interfaccia presenta quattro voci fisse.

Molto interessanti e divertenti sono alcune nuove meccaniche, tra cui spiccano le fusioni, che modificano l’aspetto del keyblade e danno accesso ad un diverso pantheon di mosse e combo. A proposito del keyblade poi, in KH3 è concesso equipaggiarne fino ad un massimo di tre contemporaneamente e cambiarli velocemente durante la battaglia, andando a favorire una strategia dinamica ed adattiva ad ogni tipologia di nemico.

Presenti nuovamente sono anche le evocazioni, che qui prendono il nome di legami, con una formula un po’ diversa che concede anch’essa un utilizzo strategico: un legame si attiva sacrificando la barra dei PM intera, ma facendolo la squadra recupera tutti i punti salute.

Ci sono poi le attrazioni, eventi temporaneamente accessibili in battaglia ispirati alle giostre dei parchi Disney, e capaci, conti alla mano, di infliggere un gran numero di danni ai nostri avversari, una novità divertente che aiuta a spezzare un po’ il ritmo serrato di certe battaglie.

Unica pecca del gameplay è l’eccessiva facilità a livello standard o hard, nonché ad oggi la mancanza di una modalità critica. Il grado di difficoltà sale troppo lentamente ed ha un picco brusco ed innaturale verso il finale, nonostante non riesca comunque ad offrire una sfida davvero ardua.

I mondi

Per quanto riguarda le ambientazioni, finalmente i mondi Disney ottengono il giusto spessore. Come evidenziato anche dal nostro Pido in un precedente video analisi del titolo, questi vengono finalmente utilizzati non come riempitivo, ma come mezzo di raggiungimento di un punto della trama principale: presentano oggetti, persone o elementi d’interesse davvero comune ad entrambe le fazioni e riescono a dare finalmente l’impressione che Sora, gli eroi del keyblade e i membri dell’organizzazione 13 si muovano attraverso i diversi mondi disponibili come ospiti seguendo un obiettivo, e non come elefanti in una cristalleria che non interessa a nessuno.

Nei mondi Disney la storia può riportare fedelmente la trama del film originale (come in Rapunzel) oppure può avere svolgimenti inediti posteriori alla trama, comunque coerenti alle dinamiche del mondo da cui nascono, come nel mondo di Big Hero Six.

La caratterizzazione di ogni mondo e dei personaggi che lo abitano è così fedele che nel mondo di Toy Story, nonostante gli avvenimenti non siano ispirati a nessuno dei film, sono riuscita a sentirmi perfettamente parte di universo, pellicola e mondo. La sensazione che ho provato è stata come se stessi vedendo Toy Story per la prima volta.

Permane però un difetto che accompagna la saga dal primissimo capitolo.

Purtroppo, nel caso in cui non si siano visti i film di riferimento, si capisce davvero molto poco della trama, a causa di dinamiche non spiegate e date per scontate. Ho fatto il mio esperimento con Pirati dei Caraibi, della cui serie ho visto solo i primi due film, nonostante si tratti di una saga ad oggi davvero sdoganata e conosciuta pressoché da tutti. Nella mia esperienza mi sono ritrovata in un universo vagamente conosciuto nel quale non ho capito nemmeno le reali forze sul piatto o la posta in gioco tra i pirati e gli inglesi. Si tratta di una pecca che spezza inesorabilmente e fastidiosamente il ritmo, e che si ripresenta anche nel mondo di Rapunzel, dove improvvisamente, senza nemmeno spiegare perché, la protagonista comincia a chiamare Flynn col nome di Eugene dal nulla e spiegando solo in maniera frettolosa sul finale il fatto che Eugene sia in realtà il suo vero nome.

Di nuovo, per chi non ha visto alcuni film, queste gravi sviste narrative possono portare lo spezzarsi dell’immersione nella trama stessa. Purtroppo oggi, nel 2019, esistono già bambini che classici come Il Re Leone, Mulan o la Sirenetta non li hanno mai visti, figurarsi produzioni più recenti. Questi bambini, crescendo come fan Disney e tornando indietro nella saga di KH potrebbero sentirsi persi.

La trama e i personaggi

A proposito della trama, bisogna dire che Kingdom Hearts, nonostante alcune superficialità ed alcune sviste, riesce a narrare la storia delle storie. A dimostrazione di ciò, ogni storia Disney presente nell’universo del titolo Square Enix si riallaccia perfettamente alla grande battaglia tra luce ed oscurità, che da sempre è presente in moltissime forme di storytelling.

Kingdom Hearts esalta il “romanzo di formazione” ed il percorso dell’eroe, marcando fortemente il concetto di ciclicità. Ed è proprio nel concetto di ciclicità che si trova probabilmente la risposta alla scelta di un finale aperto, alla scelta di una saga che punta ad altri vent’anni di lavori e probabilmente altri venti ancora poi.

Ogni personaggio è fortemente strutturato e lascia intendere di avere storie ben più grandi di quelle che finora sono state rivelate o messe sul tavolo. I membri della nuova Organizzazione XIII, ad esempio, vengono trattati con quel pizzico di superficialità di troppo che toglie il giusto spazio allo scioglimento di determinate sottotrame, che peraltro accompagnano la saga da troppo tempo per essere semplicemente liquidate nel migliore dei modi.

Detto questo, la storia che ci viene raccontata e quella che si riesce a carpire sono comunque prodotti eccezionali che non tutti oggi sono più in grado di offrire.

In redazione la tendenza principale è stata quella di piangere sul finale e già questo fatto dovrebbe rappresentare una vittoria per qualsiasi narrative director.

Conclusioni

Kingdom Hearts è un prodotto che va apprezzato molto lentamente, in ogni suo più piccolo aspetto, ogni extra, ed ecco perché sconsigliamo di giocarlo in 30/40 ore.

Disney, Pixar e Square Enix sanno come raccontare una storia, come comunicare una tematica o creare attesa, anticipazione e soprattutto un corposo seguito di appassionati. Non stupisce quindi che siano stati in grado di superare ogni aspettativa insieme e di lasciarci tutti sbalorditi, anche ora che siamo tutti cresciuti.  Stupiscono invece alcune imprecisioni presenti nella produzione nel suo complesso, frutto di limiti autoimposti da sviluppatori ed enti Disney, che finiscono per determinare un prodotto di altissimo livello ma comunque non perfetto.

Square Enix riesce davvero a produrre quello che è probabilmente il migliore Kingdom Hearts fino ad oggi, ma manca per un soffio la perfezione, probabilmente gravato da tempistiche di sviluppo (nonostante queste siano state eoniche) aspettative dei fan, paura di sbagliare e una fretta di raggiungere la conclusione del ciclo che fiorisce purtroppo in un’imprecisione che non ci si aspettava e una superficialità di troppo.

Certo si tratta di nei, al netto comunque di una produzione maestosa e che accompagnerà con i suoi ricordi una generazione e forse più di videogiocatori, noi, e chiunque voglia investire il suo tempo facendosi raccontare da Square Enix e Disney questa storia bellissima, che ancora è lungi dal finire.

Possa il cuore essere la nostra chiave guida.

Kingdom Hearts 3

0.00
9.5

Trama/Ambientazione

9.5/10

Gameplay

9.0/10

Grafica

10.0/10

Sonoro

10.0/10

Longevità

9.0/10

Rebecca Sargo

Sin da piccola, si diletta in ogni genere di scrittura e comunicazione. Divoratrice di libri, manga e videogiochi, è la smanettona social media per Facebook ed Instagram.

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