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#FeministFriday Ep.8: Eredi del Nuovo Mondo: Tripitaka

È venerdì, e tutti sanno cosa vuol dire.

Non sto parlando delle vostre ragguardevoli serate per i locali più esclusivi della vostra città, tra fiumi di alcool e feste che iniziano ieri e finiscono settimana prossima. Sto parlando delle MIE ragguardevoli serate, sdraiato a pancia all’aria su un letto troppo piccolo a pensare a cose così belle e importanti da far sembrare le vostre cene da Trimalcioni delle imbarazzanti rimpatriate tra compagni delle scuole medie che non si filano dal 1780.

Insomma, è tempo di Feminist Friday qui su Serial Gamer Italia!

La protagonista della puntata di oggi arriva da un altro titolo vetusto della ormai lontanissima prima generazione di Playstation3, a riprova del fatto che oltre ad essere un conclamato romantico, pur non avendo ancora visto il mio primo quarto di secolo, sono pure già un vecchio nostalgico: signori, da Enslaved: Odyssey to the West, ecco Tripitaka.

Personaggio sottovalutato per un gioco ancora più sottovalutato (al quale, continuo a ripetere, dobbiamo molto di quanto visto in Horizon: Zero Dawn), la storia di Trip è inscindibilmente legata a quella di Monkey, protagonista del titolo di Ninja Theory, che invito a chiamarmi quando si deciderà a sbagliarne una, giusto per sapere.

Vestendo i panni di Monkey infatti, conosciamo Trip poco dopo l’inizio del gioco: come noi, la ragazza è stata presa prigioniera da degli ignoti “schiavisti” robot, in un mondo che è ormai andato avanti dopo l’apocalisse della società umana, e sta venendo trasportata verso la loro base su un velivolo adibito al trasporto di schiavi, appunto.

Riuscendo a liberarci e portando Trip con noi, verremo però subito “messi al guinzaglio” dalla minuta ragazza, che metterà al nerboruto Monkey una corona con la quale si controllano gli schiavi, e che gli friggerà il cervello nel caso tentasse di scappare o ribellarsi agli ordini della giovane, che chiede ora con la massima cortesia al protagonista di riaccompagnarlo presso il suo villaggio, nell’estremo ovest. Il viaggio che i due intraprendono vedrà come naturale rinforzarsi il legame tra loro, incontrare amici e fronteggiare le minacce robotiche che rendono questo post apocalisse un casino niente male, senza dimenticare ovviamente la faccenda degli schiavisti. Le bombe però sono ben lungi dal finir di essere droppate, e quando Trip arriverà al suo villaggio lo scoprirà raso al suolo dagli schiavisti, deserto e invaso da robot che muovono i loro cingoli sulle vite degli amici della ragazza, ormai spente.

Il viaggio dunque riprenderà, e un Monkey mai tanto schiavo quanto amico accompagnerà la giovane per l’ultimo tratto della sua strada, che porta verso la base degli schiavisti, mossa più dal desiderio di vendicare tutto ciò a cui Trip teneva, più che dalla grande motocicletta di Monkey.

Quando arriveranno alla sede dei loro avversari i nostri eroi scopriranno però che Pyramid non è il nome del leader dei nemici, ma di un essere proveniente da prima dell’apocalisse, triste, debole e solo, che rapisce tutti gli esseri umani sopravissuti nel nuovo mondo per farli vivere in una realtà artificiale dove il fiorente ventunesimo secolo non è mai finito, creando così l’illusione della felicità e del benessere in ognuno di loro. Davanti dunque ad un dilemma etico che legherebbe intorno a un tavolo per generazioni i massimi esponenti della filosofia contemporanea e Paolo Brosio, tutti i giocatori si sono trovati a chiedersi cosa fosse giusto fare, se lasciare quelle miriadi di povere anime all’interno della loro gabbia d’oro oppure riportarle bruscamente in un mondo tanto reale quanto inospitale.

Trip però non ha dubbi.

Ponendo fine alla innaturalmente lunga vita di Pyramid, Trip pone l’epilogo anche delle sue menzogne di miele, così dolci e comprensibili. Si conclude così Enslaved: Odyssey to the West.

Posto dunque che la narrazione del titolo si concentra molto più sul personaggio di Tripitaka piuttosto che sull’avventura di Monkey, sorge spontaneo rimanere abbagliati dalla grande forza della prima: Trip infatti combatte per tre quarti della vicenda contro una potenza che è stata in grado di ereditare la terra, e quando scopre che ciò per cui lottava è ormai perduto, nutre il suo prossimo obiettivo con la sua innata determinazione. Quando la ragazza ha il coraggio di uccidere Pyramid, con tutto ciò che questo significa, non lo fa solo perché spinta dall’irrazionale desiderio di vendetta o perché abbia perso la visione d’insieme dei fatti, che le darebbe l’idea della portata delle sue azioni. Lo fa perché in quel momento è l’unica che può prendere una decisione di questo calibro. E capovolgere il mondo.

Si tratta di determinazione, coraggio e la spregiudicatezza di chi è ormai maturo da un pezzo, temprato da un viaggio che gli ha fatto conoscere il mondo per quello che è, e l’ha reso in grado di caricarselo sulle spalle, plasmandolo.

È questo il motivo per cui Trip è l’ottava protagonista di #FeministFriday: non vedo infatti cosa ci sia di più autodeterminato, emancipato, libero e forte di chi è in grado di fare una scelta come questa, in un momento come questo. Trip, una ragazza inizialmente timida e debole, diventa la seconda erede della terra, e ne cambia il corso.

Nient’altro da aggiungere da parte mia signori. Appuntamento perciò a venerdì prossimo dal vostro Pido, elfo libero!  Alla prossima!

Pietro Ferri

Senior Editor di Serial Gamer, è un appassionato di videogames fin da tenera età. Si interessa con dedizione all'approfondimento di qualunque forma d'arte che riesca a trasmettergli emozioni

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