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Lost Sphear: Le Memorie che scaldarono la Luna – Recensione

La differenza tra Perdita e Oblio è che mentre il secondo condanna all’accettazione di un nulla tanto pesante da opprimere, la prima costringe alla convivenza con una ferita che non si sana. Mentre l’Oblio è la forma che il Vuoto assume nella mente umana, la perdita è la figura traslucida di un palazzo bianco su una pianura estiva assolata: la costruzione non è li, ma noi sentiamo che manca, e non riusciamo a godere del resto del panorama.

Chi è in grado di assicurare che la luna nel cielo notturno non sia da vedere in quest’ottica?

Pubblicato da Square Enix e sviluppato da Tokyo RPG Factory, studio già noto agli onori della cronaca grazie al loro precedente I Am Setsuna, Lost Sphear è l’ultima opera della software house, e viene alla luce agli inizi di quello che sembra essere un anno davvero promettente per la video ludica con un intento preciso: tenere alto, altissimo, il nome del genere JRPG più canonico. Il progetto ha moltissimi assi nella manica, ma anche qualche falla nell’armatura: in questa sede cercheremo di analizzare gli uni e gli altri per valutare il prodotto nel suo complesso.

Ricordati di me

La storia narrata all’interno del titolo ci mette subito a conoscenza del protagonista principale dell’avventura, Kanata, e dei suoi due amici: l’irriverente Locke e la rocciosa Lumina, che vivono serenamente le loro giornate all’interno del villaggio di Elgarthe, dove il massimo dei loro problemi è rappresentato dall’incursione di qualche mostro troppo simile ad un pollo per essere minaccioso o, nel caso di Locke, cosa mettere nello stomaco a metà giornata. Questo almeno finché non si trovano a fare i conti col fenomeno della perdita, per il quale persone, oggetti e città spariscono dal mondo lasciando dietro di se soltanto la loro desolante sagoma bianca. Ad essere perso nel caso dei protagonisti è proprio Elgarthe nella sua completezza, in un momento in cui i ragazzi si trovano fuori città; tornando però entro i confini del villaggio e assaporando una genuina disperazione per la perdita, Kanata scopre di avere il potere di riconsegnare persone, oggetti e luoghi alla loro esistenza, esercitando un potere che sfrutta le memorie dell’entità persa presenti nel mondo e sublimandole nuovamente nell’ente, che viene in questo modo “restaurato”.

A questo punto inizia il viaggio dei protagonisti che, accompagnati prima dal misterioso Van e successivamente ampliando il loro gruppo con nuovi amici, avranno il compito di arginare il fenomeno della perdita che dilaga per tutti i continenti e salvare in questo modo niente meno che il mondo intero dal diventare una fredda sfera bianca all’interno dell’indifferente cosmo.

La storia si snoda attraverso degli archi narrativi di media durata, degli episodi attraverso i quali la narrazione prosegue e, approfondendo i personaggi e l’universo narrativo, introduce e porta avanti gli elementi importanti che vanno a disegnare il finale complessivo del progetto.

Difendere la speranza

Il Gameplay proposto dal titolo, come abbiamo detto genericamente, è quello di un JRPG, che analizzato in maniera più approfondita sfida il giocatore a cimentarsi in combattimenti a turni flessibili, regolati dallo riempimento di una canonica barra d’azione al completamento della quale sarà possibile scegliere tra le varie opzioni di battaglia: dall’attacco semplice alle abilità, con sempre la possibilità di spostarsi nell’arena per trovare la posizione adatta dalla quale colpire il nemico e moltiplicare i fronti d’attacco. Il sistema di combattimento si mostra tattico al punto giusto e stimola la ricerca e la prova delle molteplici abilità che il progetto mette a disposizione dei vari personaggi al fine di scoprire quali siano gli equilibri personali che ci rendono più devastanti ai nostri nemici e lo stile di gioco che più ci soddisfa.

Abbandonati i campi di battaglia ci troveremo a guidare i nostri protagonisti attraverso una mappa del mondo tanto minimalista quanto godibile per raggiungere i punti di interesse sparsi su questa, che siano dungeon o città: l’esplorazione sia delle micro che delle macro aree ricompenserà gli utenti non solo con quell’impagabile senso di completamento dato dal fatto di aver “pulito la zona” ma anche con oggetti e armi particolari reperibili all’interno dei bauli o con consumabili che si possono raccogliere sulla mappa del mondo.

Le ambientazioni presentano un level design semplice ma curato, con bivi che permettono un’esplorazione soddisfacente a 360 gradi e che non limitano nella scelta di una strada rispetto ad un’altra.

Il magnetismo del guardare la Luna

Ciò che in primis ha però catturato il mio interesse di Lost Sphear è stato sicuramente il comparto artistico: se infatti la perdita come viene presentata nel titolo non provoca mai un tracollo emozionale patetico, tutte le scelte artistiche operate dal team di sviluppo, a partire dal design dei personaggi minimale e arrotondato, si allineano ad un’idea di delicatezza che permette di vivere il dolore in maniera pacata e composta, quasi accarezzandone il peso che si adagia sul nostro petto, non provocando un grande impatto o un grande shock emotivo, ma favorendo l’introspezione e la contemplazione dei freddi colori pastello che indugiano spesso su verdi, azzurri e toni di celeste.

La colonna sonora inoltre, che chiude il comparto, presenta molte arie sognanti e di grande bellezza, che però purtroppo risultano spesso troppo brevi, condannando il giocatore ad un ascolto ripetuto davvero troppe volte dello stesso leitmotiv, che rischia di trasformare un prodotto musicale curato e calzante in una “canzoncina” che si ripete a mo di jingle.

Quanto è profondo il cielo?

Una cosa che non finisce di convincere del titolo di Tokyo RPG Factory però, è in qualche caso una palpabile superficialità a livello narrativo e di caratterizzazione dei personaggi, evidente quanto pesante sul protagonista Kanata: sin dalle prime fasi ci troviamo ad avere a che fare con dei personaggi totalmente piatti e stereotipati: Locke sarà perciò un compagnone con niente da dire, Obaro uno statuario diplomatico davvero poco interessante e Van una sorta di “Tsundere” al maschile che anche nel momento in cui il suo personaggio dovrebbe venire approfondito dalla narrazione del suo passato tragico tutto ciò che riesce a trasmettere è un freddo “sono colpevole, casomai pagherò con la vita”, con zero obiezioni da parte degli altri personaggi.

Il gruppo dei protagonisti spesso viene avvertito solo come un’accozzaglia di personalità diverse che, nonostante abbiano obiettivi totalmente opposti tra loro, spesso si ritrovano inspiegabilmente a rinunciare a perseguirli per restare sotto l’inconsistente guida di Kanata (Sherra si ritrova ad un certo punto a due passi dal suo nemico giurato, che smette di inseguire andare dietro al gruppo che va a curare un imperiale malato, che però lei odia. La domanda è: perché?).

Kanata su tutti è però l’emblema di questo problema. Il personaggio intraprende il suo viaggio per salvare il mondo per il solo motivo che lui ha il potere di farlo (certo, molto responsabile, ma davvero basta questo?); per tenere unito un gruppo di persone che inspiegabilmente si trovano votate a lui e che però hanno (guarda un po’) degli attriti tra loro, l’unica cosa che riesce a dire per tutto l’early game è “avanti, non litigate”, e come ultima cosa, ad un bel momento, dal nulla, tira fuori dal cappello il suo obiettivo personale di scoprire che fine abbia fatto la madre scomparsa, salvo poi accantonarlo nel dimenticatoio alla prima occasione in cui è necessario fare una scelta di percorso.

Semplicemente, spesso manca un minimo di coerenza: come può un ribelle dell’impero chiedere ad un comandante dello stesso, il cui personaggio è disegnato totalmente sul concetto di fedeltà all’imperatore, di abbandonare la sua carica di comandante e seguire il suo gruppo perchè, cito, “siamo brave persone”? E soprattutto come è possibile che il comandante ACCETTI?

A parte queste ultime obiezioni, che potrebbero peraltro tranquillamente essere mie fissazioni personali, il titolo di cui abbiamo trattato oggi è senza dubbio un’opera di ottima fattura, capace di catturare e tenere incollato il giocatore al controller per tutta la durata dell’esperienza: l’occhio ha assolutamente la sua parte, soddisfatto da un comparto artistico in grado di far innamorare dal primo all’ultimo sguardo, e il gameplay risulta divertente nelle sue varie meccaniche riuscendo a non stancare nemmeno per un momento.

È un gioco di cui ci ricorderemo per molto tempo, e che lascerà un’impronta importante sia all’interno del panorama videoludico sia nella nostra memoria, e se le memorie di Kanata possono ricostruire il mondo all’interno di un’opera d’arte, cosa possono fare le nostre qui fuori?

 

*Versione testata: PS4, grazie alla copia promo fornita dai distributori italiani

Lost Sphear

Lost Sphear
8.2

Gameplay

8.5/10

Grafica

8.7/10

Sonoro

7.9/10

Trama

7.8/10

Longevità

8.0/10

Pro

  • Comparto grafico
  • Gameplay divertente
  • Meccaniche GDR azzeccate

Contro

  • Caratterizzazione personaggi
  • Alcune superficialità narrative

Pietro Ferri

Senior Editor di Serial Gamer, è un appassionato di videogames fin da tenera età. Si interessa con dedizione all'approfondimento di qualunque forma d'arte che riesca a trasmettergli emozioni

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